Giacomo 3:1 Fratelli miei, non siate in molti a far da maestri, sapendo che ne subiremo un più severo giudizio,
Cosa intende qui Giacomo? Prima, consideriamo il significato della parola “maestro”. Questa parola è “didaskalos” nel testo originale greco, è un sostantivo che viene dal verbo “didasko”, che vuol dire “insegnare”. Dunque, didaskalos vuol dire insegnante. Viene tradotto come Maestro e qualche volta come dottore. Nei vangeli, viene usato principalmente come uno dei titoli di Gesù. Cioè, in circa 40 casi, Gesù viene chiamato Maestro. Egli è il grande Maestro. Egli è Colui che ci insegna la via della verità.
Nelle Epistole, didaskos viene usato per indicare un maestro nella chiesa, cioè, qualcuno che insegna le cose di Dio. Viene usato sia per indicare dei maestri veri e buoni, che per indicare dei falsi maestri.
È Dio stesso a stabilire il ruolo di maestro nella chiesa, e quindi, è un ruolo molto importante per la salute e la protezione della chiesa, ed è essenziale per la crescita di ogni credente. Quando Dio elenca le qualità necessarie perché una persona sia riconosciuta come anziano-pastore, una è che egli sia capace di insegnare. Capace vuol dire in grado di farlo in modo utile ed edificante.
1 Timoteo 3:2 Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare,
2 Timoteo 2:24 Il servo del Signore non deve litigare, ma deve essere mite con tutti, capace di insegnare, paziente.
In Efesini leggiamo di uno dei motivi principali per cui Dio dà dei pastori-dottori alla chiesa.
É lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell’opera del ministero e dell’edificazione del corpo di Cristo, Efesini 4:11-12
Perciò, ci sono i veri maestri, che sono un dono di Dio alla chiesa, dati per edificare e far maturare la chiesa. Però, ci sono anche dei falsi maestri, cioè, falsi insegnanti.
2 Timoteo 4:3 Infatti verrà il tempo che non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per prurito di udire, si cercheranno maestri in gran numero secondo le proprie voglie,
Il vero maestro deve essere stato chiamato da Dio e riconosciuto dalla chiesa. Cioè, uno non può farsi maestro da solo. È Dio che dà il dono di insegnamento come vuole, e poi chiama alcuni ad essere maestri. La chiesa riconosce colui che Dio ha chiamato.
Purtroppo, ci sono delle persone che vogliono farsi maestri da soli.
3 Come ti esortai quando andai in Macedonia, rimani in Efeso per ordinare ad alcuni di non insegnare dottrine diverse, 4 e di non occuparsi di favole e di genealogie senza fine, le quali producono controversie piuttosto che l’opera di Dio, che è fondata sulla fede. 5 Ora il fine del comandamento è l’amore, che viene da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede non finta. 6 Alcuni, essendosi sviati da queste cose, si sono rivolti a discorsi vani e, 7 volendo essere dottori della legge, non comprendono né le cose che dicono né quelle che affermano. (1Ti 1:3-7)
Alcuni vogliono insegnare le proprie idee. Ci sono alcuni che vogliono farlo davanti a tutta la chiesa, e ci sono delle chiese non attente che accettano chiunque come maestro. Poi ci sono alcuni che vogliono farsi maestri, ma a un livello più nascosto, a tu per tu.
Vi dò un esempio di una situazione simile che succede spesso fra bambini. Avete mai notato un gruppo di bambini, dopo che un adulto li sgrida per qualche comportamento sbagliato? Quando l’adulto va via, spesso, uno dei bambini comincia a sgridare gli altri. Parla come se avesse l’autorità di dirigere gli altri.
Allora, nella chiesa, ci possono essere delle persone che si considerano maestri da sé. Sono molto attenti a notare gli sbagli degli altri. Credono di avere la responsabilità di dire agli altri le loro mancanze. È una forma di considerarsi un maestro, superiore agli altri.
Queste persone non sono state chiamate da Dio a questo ministerio. Di solito non sono state riconosciute dalla chiesa in questo ruolo. È un ruolo che si sono date da sé.
Allora, questo è il contesto del versetto 1.
Giacomo 3:1 Fratelli miei, non siate in molti a far da maestri, sapendo che ne subiremo un più severo giudizio,
La grammatica del greco qui potrebbe essere tradotta: “Fratelli miei, non siate in così tanti a fare maestri”.
Ovviamente, c’erano alcuni che si erano fatti maestri, non perché fossero guidati dallo Spirito Santo, ma perché volevano mettersi al di sopra degli altri in questo modo.
L’avvertimento di Giacomo è che è pericoloso farsi maestro, se non secondo la guida dello Spirito Santo. Il suo avvertimento non vuol dire che nessuno deve essere maestro, in quanto egli stesso era un maestro. Egli scrive: “sapendo che ne subiremo un più severo giudizio.” Si riconosceva maestro, perché era stato chiamato da Dio a quel ruolo, ed era stato riconosciuto dalla chiesa.
L’avvertimento di Giacomo è duplice. Come prima cosa, uno non dovrebbe proclamarsi maestro da sé, né a tu per tu, né a livello di chiesa, se non è chiaramente chiamato a questo da Dio e riconosciuto dalla chiesa. Visto che chi è maestro sarà giudicato più severamente, è molto pericoloso mettersi in questa posizione da sé.
Poi, per chi è veramente un maestro, chiamato da Dio e riconosciuto dalla chiesa, è un avvertimento a svolgere questo ministerio con molta cura, perché chi è maestro sarà giudicato con un giudizio più severo, cioè, più rigido.
Fratelli, quando Dio chiama qualcuno ad essere maestro, è giusto che quella persona segua la sua chiamata e la sua guida. Non bisogna tirarsi indietro solamente perché ci sarà un giudizio più severo. Se Dio ti chiama ad un ministerio, sarà Lui a darti la grazia di svolgerlo nel modo giusto e santo se cammini nella sua volontà con umiltà.
Però, se non hai ricevuto una chiara chiamata da Dio, che poi dovrebbe essere riconosciuta tale dalla chiesa, non autoproclamarti come maestro. Non credere che il tuo ruolo sia quello di riconoscere gli sbagli degli altri. Facendo così, ti metti sotto un più severo giudizio, e sarà un giudizio veramente severo.
Questo non vuol dire che non dobbiamo mai parlare l’uno con l’altro dei nostri sbagli. La Bibbia parla di ammonire ed esortare l’un l’altro. Però, se ti accorgi che spesso noti gli sbagli e le mancanze degli altri, allora, fai attenzione. Forse stai mettendoti nella posizione di essere un maestro, senza la chiamata da parte di Dio. Questo è molto pericoloso.
E poi, come chiesa, se notiamo che qualcuno ha la tendenza a mettersi al di sopra degli altri, non in senso biblico come un vero maestro che lo fa per il bene delle persone, ma piuttosto come qualcuno che vuole farsi più grande degli altri, allora, dovremmo riconoscere il pericolo di questo. Per esempio, se c’è qualcuno che spesso ti parla degli sbagli degli altri, ma non come un maestro biblico, in un modo da edificare e promuovere l’opera di Dio, dovresti rifiutare di ascoltarlo.
Allora, ricordiamo che il dono di insegnare è molto importante per la crescita della chiesa. È un dono da apprezzare e incoraggiare. Il vero maestro, chiamato da Dio, dovrebbe insegnare in modo da dividere rettamente la parola, ed edificare ed esortare i credenti a camminare sempre in avanti. Invece, ci saranno persone che cercano di farsi maestri da soli. Questi devono sapere il pericolo che corrono. Chi si mette a insegnare agli altri, mettendosi nella posizione di chi ne sa di più, sarà soggetto ad un più severo giudizio. Questa verità non dovrebbe ostacolare quelli che sono veramente chiamati da Dio e confermati dalla chiesa, ma dovrebbe far sì che ciascuno si esamini attentamente.
Controlliamo la nostra lingua

A questo punto, arriviamo alla parte centrale di questo brano, versi da 2 a 12. In questo brano, Giacomo ci parla della necessità per ogni vero credente di controllare il modo in cui parla.
Leggiamo il brano, iniziando dal versetto 1.
Fratelli miei, non siate in molti a far da maestri, sapendo che ne subiremo un più severo giudizio, poiché manchiamo tutti in molte cose. Se uno non sbaglia nel parlare è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. Se mettiamo il freno in bocca ai cavalli perché ci ubbidiscano, noi possiamo guidare anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e siano spinte da venti impetuosi, sono guidate da un piccolo timone, dovunque vuole il timoniere. Così anche la lingua è un piccolo membro, eppure si vanta di grandi cose. Osservate: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità. Posta com’è fra le nostre membra, contamina tutto il corpo e, infiammata dalla geenna, dà fuoco al ciclo della vita. Ogni specie di bestie, uccelli, rettili e animali marini si può domare, ed è stata domata dalla razza umana; ma la lingua, nessun uomo la può domare; è un male continuo, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre; e con essa malediciamo gli uomini che sono fatti a somiglianza di Dio. Dalla medesima bocca escono benedizioni e maledizioni. Fratelli miei, non dev’essere così. La sorgente getta forse dalla medesima apertura il dolce e l’amaro? Può forse, fratelli miei, un fico produrre olive, o una vite fichi? Neppure una sorgente salata può dare acqua dolce. (Giacomo 3:1-12)
Il punto di tutto questo brano è molto chiaro. Un vero figlio di Dio deve controllare l’uso della propria lingua. Chi non controlla la sua lingua può fare molto male, e in più, mostra di non seguire lo Spirito Santo.
Giacomo ci spiega quello che sappiamo tutti, cioè, che la lingua è la cosa più difficile da controllare.
v.2 Se uno non sbaglia nel parlare è un uomo perfetto, poiché manchiamo tutti in molte cose.
Nessuno controlla perfettamente la lingua, perché non siamo ancora perfetti. Però, quando riusciamo a controllarla, riusciamo a controllare anche il resto delle nostri azioni.
Nessuno è arrivato a controllare perfettamente la propria lingua, ma chi è un figlio di Dio deve mirare a questo traguardo, cioè, deve mirare a parlare senza peccare. Non possiamo accettare meno. Chi è un figlio di Dio deve capire quanto è grave il peccato di parlare in modo sbagliato, e perciò, quando pecca nel suo parlare, è essenziale confessare il proprio peccato a Dio e impegnarsi a non parlare più in quel modo.
vv.3-6 3 analogie

Nei versi da 3 a 6, Giacomo ci dà tre analogie, che dimostrano quanto grande è l’influenza della lingua, nonostante che essa sia solo una piccolo parte del corpo. Lo scopo di queste analogie è di farci capire l’importanza delle nostre parole.
Se mettiamo il freno in bocca ai cavalli perché ci ubbidiscano, noi possiamo guidare anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e siano spinte da venti impetuosi, sono guidate da un piccolo timone, dovunque vuole il timoniere. Così anche la lingua è un piccolo membro, eppure si vanta di grandi cose. Osservate: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità. Posta com’è fra le nostre membra, contamina tutto il corpo e, infiammata dalla geenna, dà fuoco al ciclo della vita. (Giacomo 3:3-6)
Il freno per i cavalli

Se mettiamo il freno in bocca ai cavalli perché ci ubbidiscano, noi possiamo guidare anche tutto il loro corpo.
Un cavallo è un animale grande, fisicamente molto più potente dell’uomo. Però, gli uomini hanno imparato che un piccolo freno in bocca al cavallo lo rende sottomesso a chi lo monta. Cioè, frenando la bocca del cavallo, possiamo porre un freno a tutto il potere del cavallo. Similmente, quando teniamo a freno la nostra lingua, possiamo anche tenere a freno tutto il nostro comportamento. Se non controlliamo il nostro parlare, non possiamo neppure tenere il nostro comportamento sotto controllo.
Il timone delle navi

Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e siano spinte da venti impetuosi, sono guidate da un piccolo timone, dovunque vuole il timoniere. Così anche la lingua è un piccolo membro, eppure si vanta di grandi cose.
Poi Giacomo ci dà un esempio del timone della nave. Se si pensa a quanto è grande una nave a confronto al timone che la governa, è incredibile. Però, quel piccolo timone può controllare la direzione della nave. Così, il timoniere, mediante il timone, riesce a controllare tutta la nave. Similmente, il nostro parlare controlla tutta la nostra persona. Se non teniamo la nostra lingua sotto controllo, non possiamo controllare il resto della nostra vita. Invece, se teniamo sotto controllo la nostra lingua, ovvero, il nostro parlare, possiamo controllare il resto del nostro comportamento.
Osservate: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità. Posta com’è fra le nostre membra, contamina tutto il corpo e, infiammata dalla geenna, dà fuoco al ciclo della vita
La terza analogia di Giacomo spiega molto bene il danno che possiamo fare con la nostra lingua. Un piccolo fuoco, lasciato libero nella foresta, può distruggere una grande foresta. Chi lavora nelle foreste sa che è assolutamente necessario controllare attentamente i fuochi nella foresta. Non si può lasciar bruciare senza controllo un fuoco, e poi in un secondo tempo cercare di controllarlo. Bisogna controllarlo in ogni istante. Anche una sola scintilla non controllata, in una foresta secca, può incendiare tutta la foresta.
Similmente, la lingua, che rappresenta le nostre parole, pur essendo solo una parte del nostro comportamento, può incendiare tutta la vita.
Infatti, notiamo bene la frase: “Posta com’è fra le nostre membra, contamina tutto il corpo e, infiammata dalla geenna, dà fuoco al ciclo della vita”
Prima di tutto, cosa vuol dire “infiammata dalla geenna”? Il termine geenna indica l’inferno. Sappiamo che l’inferno fu preparato per Satana e i suoi angeli.
Matteo 25:41 Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!
Allora, quando questo verso parla della geenna, indica la malvagità.
Dunque, considerando la frase alla luce di queste cose, quando leggiamo che la lingua è infiammata dalla geenna, vuol dire che la lingua è facilmente influenzata dalla malvagità. La lingua non controllata è influenzata dalla malvagità. Siamo capaci di usare la nostra lingua per il male, non solo quando scegliamo specificamente di fare del male, ma anche quando non controlliamo quello che diciamo, con l’aiuto dello Spirito di Dio. Il nostro parlare non controllato divento uno strumento del male. O il nostro parlare è uno strumento del bene, o del male. Non è mai neutrale.
Quando usiamo le nostre parole senza un attento controllo, esse danno fuoco al ciclo della vita. Cioè, il danno provocato dalle nostre parole può toccare ogni aspetto della vita. Come un fuoco che incendia un edificio può danneggiare ogni parte dell’edificio, non solo con le fiamme, ma anche con il fumo, così anche le nostre parole possono provocare molti danni, in ogni aspetto della vita.
Esempi: sparlare di qualcuno, criticare per ferire, mentire, incluse le esagerazioni, mancare di dire il bene, non ringraziare, usare parole sciocche.
Fratelli, dobbiamo capire che questo non è un discorso teorico. Giacomo sta parlando delle nostre parole. Quando parliamo in modo non controllato dallo Spirito di Dio, facciamo molto danno, molto più di quanto ci rendiamo conto.
la difficoltà di dominare la lingua vv. 7,8

Dopo che Giacomo ci ha parlato di quanti terribili danni possiamo fare con la nostra lingua, e di come è necessario controllarla, ci parla dell’impossibilità di farlo da soli, per spingerci a rivolgerci a Dio.
Leggiamo i vv.7 e 8, per capire quanto abbiamo bisogno del Signore:
Ogni specie di bestie, uccelli, rettili e animali marini si può domare, ed è stata domata dalla razza umana; ma la lingua, nessun uomo la può domare; è un male continuo, è piena di veleno mortale.
Come abbiamo detto prima, la cosa più difficile da controllare nella vita è la nostra lingua. È molto più facile controllare il nostro comportamento che la nostra lingua. Infatti, nessun uomo può dominarla con le proprie forze. Senza l’aiuto di Dio, è impossibile controllarla veramente. Senza l’aiuto di Dio, la lingua è un male continuo. Anziché fare del bene, la lingua causa un gran male, ed è piena di veleno mortale. Le nostre parole possono veramente distruggere e ferire, più di quanto possiamo capire.
Grazie a Dio, chi è un figlio di Dio non deve fare affidamento sulle proprie forze per dominare la propria lingua. Dio non ci comanda di controllare la nostra lingua con le nostre forze. Volta dopo volta nelle Scritture, siamo chiamati a fortificarci nella forza di Dio.
Filippesi 4:13 Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica.
Colossesi 1:11 fortificati in ogni cosa dalla sua gloriosa potenza, per essere sempre pazienti e perseveranti
Efesini 6:10 Del resto, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza.
Giovanni 15:5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla.
2 Corinzi 3:5 Non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi; ma la nostra capacità viene da Dio.
Efesini 3:16 affinché egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore,
Isaia 41:10 tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con la destra della mia giustizia.
Fratelli e sorelle, dobbiamo capire quanto è difficile, anzi, impossibile, per noi controllare la nostra lingua da soli, ma dobbiamo anche capire che non siamo soli. Abbiamo Dio che dimora in noi, e sarà Lui a fortificarci ogni giorno, in modo che sia possibile per noi, nella potenza di Dio, controllare il nostro parlare. E questo dobbiamo fare!
Se dimoriamo in Cristo, possiamo controllare il nostro parlare. Dobbiamo fare questo, perché se no, facciamo tanto male, e non mostriamo il frutto della vera salvezza.
La terribile ipocrisia

Leggiamo adesso dal v.9 al v.12. In questo brano, Giacomo ci fa notare la terribile ipocrisia di non controllare la nostra lingua.
9 Con essa benediciamo il Signore e Padre; e con essa malediciamo gli uomini che sono fatti a somiglianza di Dio. 10 Dalla medesima bocca escono benedizioni e maledizioni. Fratelli miei, non dev’essere così. 11 La sorgente getta forse dalla medesima apertura il dolce e l’amaro? 12 Può forse, fratelli miei, un fico produrre olive, o una vite fichi? Neppure una sorgente salata può dare acqua dolce. (Giacomo 3:9-12)
Ci sono persone che benedicono il Signore, e con la stessa lingua, maledicono gli uomini. La parola “maledire” può indicare una vera e propria maledizione, può indicare il disprezzare, può indicare anche sperare il loro male. Gli uomini sono stati fatti a immagine di Dio. Chiaramente, la maggioranza degli uomini non seguono Dio. Però, questo non cambia il fatto che sono stati creati a immagine di Dio. Allora, maledire, o disprezzare una persona vuol dire disprezzare una creatura di Dio. Questo è un grave peccato.
Leggiamo due brani che mostrano che neanche gli angeli fanno questo contro Satana.
Giuda 1:9 Invece, l’arcangelo Michele, quando contendeva con il diavolo disputando per il corpo di Mosè, non osò pronunziare contro di lui un giudizio ingiurioso, ma disse: «Ti sgridi il Signore!»
E soprattutto quelli che vanno dietro alla carne nei suoi desideri impuri e disprezzano l’autorità. Audaci, arroganti, non hanno orrore di dir male delle dignità; mentre gli angeli, benché superiori a loro per forza e potenza, non portano contro quelle, davanti al Signore, alcun giudizio ingiurioso. 2 Pietro 2:10-11
È chiaro da questi versetti è che non spetta a noi di sparlare o maledire nessuno. Sarà il Signore a giudicare ciascuno. Questo non vuol dire che non possiamo denunciare qualcuno che insegna in modo falso. Non vuol dire che non si può avvertire gli altri che qualcuno è malvagio. Vuol dire che ciò che diciamo non dovrebbe essere detto in modo da disprezzare. Vediamo esempi di questo nella Scrittura.
2 Timoteo 4:9,10,14,15 Notiamo quello che Paolo dice di Dema, e anche di Alessandro.
9 Cerca di venir presto da me, 10 perché Dema, avendo amato questo mondo, mi ha lasciato e se n’è andato a Tessalonica. Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia . . . 14 Alessandro, il ramaio, mi ha procurato molti mali. Il Signore gli renderà secondo le sue opere. 15 Guàrdati anche tu da lui, perché egli si è opposto violentemente alle nostre parole.
Quindi, ciò che il brano in Giacomo vieta non è il fatto di dire cose negative, ma di maledire, cioè, parlare in modo da disprezzare. Come Paolo parla in Timoteo, spiega che tipo è Alessandro, e menziona che Dema ha lasciato Paolo perché aveva amato il mondo. Però non dice queste cose in modo da disprezzare, né in modo da maledire.
Allora, tornando al brano di Giacomo, egli ci fa notare che è del tutto assurdo pensare che con la stessa bocca si può veramente benedire Dio e anche maledire gli uomini. Non ha senso credere che può essere così.
Giacomo ci dà tre esempi per mostrarci che tale comportamento è impossibile.
v.11 La sorgente getta forse dalla medesimo apertura il dolce e l’amaro? Chiaramente, non è possibile che dalla stessa apertura fuoriesca acqua dolce e anche acqua amara. O sarà l’una o l’altra, ma non entrambe. Non è una cosa possibile.
v.12 Può forse, fratelli miei, un fico produrre olive, o una vite fichi? Chiaramente, un fico produce fichi, e una vite uva. Secondo come Dio ha fatto le piante, ognuna produce il proprio frutto. Giacomo sta rinforzando la verità che non è possibile adorare veramente Dio e maledire dalla stessa bocca.
Neppure una sorgente salata può dare acqua dolce.
Con quest’ultimo esempio, Giacomo conclude il suo argomento. Non è possibile veramente benedire Dio e maledire gli uomini. Non si può avere acqua dolce e acqua salata dalla stesso sorgente e nello stesso modo, è impossibile avere due modi diversi di parlare.
Però, abbiamo tutti sentito persone che un momento benedicono Dio, e in un altro momento maledicono o disprezzano gli uomini. Allora, in che senso non si possono fare entrambe le cose?
Ricordiamo quello che Gesù disse in Marco 7:6,7
E Gesù disse loro: «Ben profetizzò Isaia di voi, ipocriti, com’è scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. 7 Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Tanti uomini dicono delle parole per onorare Dio, ma a causa del loro peccato, queste parole sono vane. Cioè, agli occhi di Dio, non hanno alcun valore.
Quindi, dobbiamo capire che ogni vero figlio di Dio non può, come comportamento normale, maledire e disprezzare gli uomini. Tale comportamento è un frutto che mostra che la persona non è salvata.
Infatti, questo è un insegnamento severo. Tante volte, le persone hanno un modo di parlare che è come l’acqua salata, e allo stesso tempo, credono di poter anche far uscire dalla bocca l’acqua dolce, cioè, benedizioni rivolte a Dio. Questo non è possibile. Un vero credente non può, per abitudine, parlare in modo impuro, maledicendo e disprezzando gli altri.
Se uno dovesse credersi credente, e riconoscere un parlare sbagliato, cosa deve fare?
Prima di tutto, deve riconoscere il pericolo della sua condizione. Cioè, non è una cosa da poco. Avere un linguaggio sbagliato mette in dubbio la sua stessa salvezza. Allora, in questo caso, l’unica soluzione è di riconoscere la gravità del suo peccato, rivolgersi a Dio confessando sinceramente il proprio peccato per quello che è, e impegnandosi, mediante la potenza di Dio, a cambiare radicalmente il proprio modo di parlare.
Fare a meno di questo vuol dire mostrare di non avere un chiaro frutto della salvezza. Questa non è la risposta di un vero credente che riconosce un modo sbagliato di parlare.
Applicazione

Fratelli, chi è in Cristo è una nuova creatura. Dio ci ha salvati per vivere una nuova vita, glorificando Dio con tutto il nostro parlare, così come con tutto il nostro comportamento.
O che possiamo capire quanto le nostre parole possono fare del male. O che possiamo capire quanto le nostre parole possono essere strumenti di malvagità, non solo se cerchiamo di fare del male, ma in qualunque momento in cui non controlliamo attentamente il modo in cui parliamo.
Quante volte le nostre parole sono come una freccia, non sono pure, e non edificano. Quante volte è facile scherzare, ma arriviamo a qualcosa che non glorifica Dio, non edifica, e spesso, cadiamo in cose impure o cattive. Fratelli, non deve essere così. Le nostre parole rispecchiano il nostro cuore. Quando esce un frutto marcio, dobbiamo capire quanto grande è il nostro pericolo, e dobbiamo rivolgerci subito al Signore, con cuore pentito, confessando il nostro peccato per quello che è, cioè, una cosa grave. Non dobbiamo mai considerare i nostri peccati di parola come qualcosa di leggero. Il peccato di parlare in modo sbagliato è grave, e indica una condizione di cuore molto pericolosa. O che possiamo comprendere questo, e pregare come Davide:
Salmi 141:3 SIGNORE, poni una guardia davanti alla mia bocca, sorveglia l’uscio delle mie labbra.