Il movimento Bahá’í nasce nel contesto dello shaykhismo di Ahmad al-Ahsa’i (1753-1826), una corrente sciita minoritaria caratterizzata da forti toni messianici. Mirza Alì Muhammad (1819-1850), un mercante del’Iran meridionale, entra in contatto con lo shaykhismo e nel 1844 dichiara di essere il Promesso Qa’im dell’Islam sciita e la “Porta” (tale è appunto il significato della parola araba bab) della conoscenza divina, nell’attesa di una successiva manifestazione divina, il misterioso Man Yuzhiruhu’lláh (“Colui che Dio manifesterà”). La rivendicazione di Alì Muhammad è accettata da uno dei principali leader dello shaykhismo (che nel frattempo aveva conosciuto diverse divisioni interne), Mulla Muhammad Husayn Bushru’i (1814-1849), e il nuovo movimento babi si diffonde per tutto l’Iran, suscitando crescenti attese apocalittiche. Nel 1848, a Tabriz, il Bab proclama pubblicamente il proprio rango di Promesso Qa’im dell’Islam. Adotta un calendario basato su diciannove mesi di diciannove giorni, tuttora usato dai Bahá’í. Accusato di eresia e ripetutamente incarcerato, Alì Muhammad è giustiziato a Tabriz nel 1850, mentre, malgrado i loro tentativi di difesa, diverse migliaia di babi sono trucidati.

Nonostante la persecuzione, che si intensifica dopo un fallito attentato contro lo Shah, nel 1852, per mano di due giovani babi, il movimento continua sotto la guida di Mirza Yahya Nuri – più tardi chiamato “l’alba dell’eternità”, Subh-i-Azal (1830?-1912) -, che era divenuto babi senza passare dallo shaykhismo. Subh-i-Azal, il quale afferma che il Bab lo aveva designato suo successore, si reca in esilio volontario a Baghdad per seguire il fratellastro Mirza Husayn Ali Nuri, più tardi chiamato “gloria di Dio”, Bahá’u’lláh (1817-1892), anch’egli divenuto babi senza passare dallo shaykhismo, che vi era stato esiliato nel 1853. Nel 1863 Bahá’u’lláh, che aveva acquistato grande prestigio nella comunità, alla vigilia di un ulteriore esilio da Baghdad a Istanbul, si proclama di fronte ai familiari e ai più fidati discepoli il Man Yuzhiruhu’lláh, la “manifestazione divina” preannunciata dal Bab. Nel 1866 – mentre il luogo di esilio è passato da Istanbul a Edirne – la proclamazione è resa pubblica, e rifiutata da Subh-i-Azal, il quale dichiara di avere ricevuto una rivelazione divina indipendente dando così vita al movimento – minoritario – degli Azali, mentre coloro che la accettano prendono il nome di Bahá’í (“gente di Bahá”, riferito a Bahá’u’lláh).

In seguito a questi fatti, le autorità turche deportano Bahá’u’lláh ad Akka (Akko) e Subh-i-Azal a Famagosta. A partire dal 1868 dal suo esilio palestinese Bahá’u’lláh compone il libro delle leggi chiamato Kitábu’l-Akdas e guida il movimento che si espande verso l’India, l’Egitto, la Russia. Nel 1892 gli succede il figlio Abbas Effendi (Abdu’l-Bahá, 1844-1921), anche se non tutti ne riconoscono l’autorità, in particolare il fratellastro del nuovo leader, Muhammad-Ali (1853?-1937), il quale muove contro di lui una campagna di critiche – talora diffamatorie – e tenta di contestargli il diritto alla successione, stabilito da Bahá’u’lláh nel Kitab-i-Ahd, il suo testamento. Muhammad-Ali trova peraltro un numero molto limitato di seguaci. Abdu’l-Bahá, grazie agli sviluppi politici in Turchia, può lasciare il confino e far costruire nel 1909, a Haifa, un edificio attorno al quale si è poi sviluppato il Centro Mondiale della fede Bahá’í, che espande con successo anche in Occidente (Europa, Canada, Stati Uniti).

Gli succede nel 1921 come “Custode della Causa di Dio” il nipote Shoghi Effendi (1897-1957). I tentativi di contestare la validità della sua successione, stabilita da Abdu’l-Bahá nelle Alvah-i-Vasaya, il suo testamento, non hanno alcun esito concreto. Nel 1925 un tribunale religioso egiziano sentenzia che i Bahá’í appartengono a una religione distinta e diversa dall’Islam. Alla scomparsa di Shoghi Effendi (1957), che muore a Londra improvvisamente senza lasciare figli né avere designato successori, non è nominato un nuovo “Custode”, e la comunità è guidata collegialmente da un gruppo di ventisette personaggi eminenti nella comunità, a suo tempo nominati da Shoghi Effendi “Mani della Causa” con funzioni di protezione e insegnamento della fede, fino al 1963, quando l’autorità passa alla neoeletta Casa Universale di Giustizia, un corpo di nove membri di sesso maschile eletti ogni cinque anni dai membri delle varie assemblee spirituali nazionali, che ha sede a Haifa.

La decisione di non nominare un nuovo “Custode” è contestata dal dirigente americano Charles Mason Remey (1874-1974), il quale – dopo essere stato una delle ventisette “Mani della Causa” – nel 1960 si proclama secondo “Custode”. La sua defezione ha però scarso seguito. Nonostante questa crisi interna, la fede Bahá’í ha continuato un’importante espansione anche nel Terzo Mondo attraverso una serie di “piani” pluriennali e la costruzione di templi. Oggi la Casa Universale di Giustizia guida 181 Assemblee Spirituali Nazionali con oltre cinque milioni di membri. Solo l’uno per cento di questi membri (contro il 71,3% nel 1928) si trova nel mondo islamico, dove spesso – particolarmente in Iran – i Bahá’í sono oggetto di persecuzioni.

Presenti fin dagli inizi del XX secolo, prima della Seconda guerra mondiale i Bahá’í in Italia sono poche decine. In seguito il loro numero va gradatamente aumentando, fino alla formazione di un’Assemblea Spirituale Nazionale Italo-Svizzera nel 1953 e di un’Assemblea Spirituale Nazionale Italiana nel 1962, riconosciuta dallo Stato Italiano nel 1966. Attualmente sono presenti circa 2.800 fedeli, sparsi in un totale di quattrocento località sul territorio. Fra i Bahá’í italiani spicca la figura di Alessandro Bausani (1921-1989), iranista e islamista di fama internazionale.

Il messaggio Bahá’í è rigorosamente monoteistico: c’è un unico Dio, che si rivela attraverso le sue “manifestazioni”. La credenza in Bahá’u’lláh come manifestazione di Dio è il centro della fede Bahá’í, e la differenzia dall’Islam agli occhi sia dei musulmani sia degli stessi Bahá’í. Questi ultimi considerano peraltro tutte le cosiddette “religioni universali” come rivelate dall’Unico Dio di tutti gli uomini e quindi come parte di un continuo processo evolutivo, che comporterà l’instaurazione della “Grande Pace”, un’epoca caratterizzata dalla pace permanente e dall’unità del genere umano fondate sui principi spirituali e sulle istituzioni dell’Ordine Mondiale di Bahá’u’lláh, e da un continuo progresso della civiltà umana sotto la guida di future manifestazioni di Dio.

I Bahá’í affermano che la “Grande Pace” sarà instaurata con l’aiuto di Dio e per gli sforzi degli uomini e quindi non ne attendono inattivi l’avvento. Si prodigano per contribuire al necessario progresso sociale e spirituale dell’intero genere umano. Quanto al progresso sociale seguono un complesso programma riformista, riassumibile per comodità espositiva in alcuni principi fondamentali: unità dell’umanità; libera ricerca della verità; unità e progressività delle religioni; armonia fra scienza e religione; uguaglianza fra uomo e donna; eliminazione delle forme estreme di ricchezza e di povertà; abolizione di tutti i pregiudizi; educazione obbligatoria per tutti; soluzione spirituale dei problemi economici; adozione di una lingua “ausiliaria” internazionale; pace mondiale grazie a un governo mondiale; libertà spirituale dell’uomo; equilibrio fra la civiltà materiale e quella spirituale.

Quanto al progresso spirituale i Bahá’í si prodigano per la diffusione di virtù umane come l’amore, la saggezza, il coraggio, e quindi per la rigener
azione spirituale e morale dell’umanità. Essi affermano che la “Grande Pace” sarà preceduta da una “Pace Minore”, una pace politica realizzata dagli stati del mondo, indipendentemente dagli sforzi dei Bahá’í, il che spiega il loro particolare interesse per le Nazioni Unite, con cui collaborano attivamente. Mentre alcuni fra i primi Bahá’í conservavano atteggiamenti mistici che derivavano dalla tradizione sciita iraniana, oggi i Bahá’í si distinguono piuttosto per un equilibrio fra gli aspetti razionali e mistici della loro fede e per un forte impegno per il conseguimento della pace e per il progresso sociale ed economico di tutti i popoli.

I Bahá’í non osservano le prescrizioni dietetiche dell’Islam, anche se rinunciano all’alcool e hanno un periodo annuale di digiuno. Come accennato, i Bahá’í seguono il calendario babi (solare, mentre quello musulmano è lunare) di diciannove mesi (i cui nomi derivano da una preghiera sciita); ciascun mese consta di diciannove giorni, chiamati ognuno con il nome di uno dei mesi; quattro o cinque giorni intercalari sono inseriti fra il diciottesimo e il diciannovesimo mese. In nove giorni di festa maggiori i Bahá’í si astengono dal lavoro e organizzano celebrazioni aperte a tutti. La festa del diciannovesimo giorno, il più importante momento di riunione delle comunità locali Bahá’í, (normalmente celebrata il primo giorno di ogni mese), è invece di regola aperta ai soli Bahá’í. La festa consta di una parte devozionale (preghiera e lettura degli scritti Bahá’í), una organizzativa e una sociale.

I Bahá’í hanno come obblighi principali la preghiera e il digiuno. Per la preghiera individuale quotidiana il fedele può scegliere tra tre diverse forme (preghiera di mezzogiorno; tre brevi preghiere al mattino, nel pomeriggio e alla sera; una preghiera più lunga da recitare in qualunque momento durante la giornata). In primavera, nel mese di Ala, vi è un periodo di digiuno di diciannove giorni, dall’alba al tramonto, simile nella sostanza al ramadân islamico. La tradizione Bahá’í dà un’importanza senz’altro minore ai rituali collettivi: il matrimonio è molto semplice, e così la preghiera per i morti. Il consenso dei genitori è necessario per il matrimonio, ma i giovani Bahá’í scelgono liberamente il loro coniuge e non vi è una tradizione di matrimoni combinati. Il pellegrinaggio è un obbligo spirituale nei limiti delle possibilità pratiche, ed è oggi molto diffuso e importante verso Haifa e Akka. I Bahá’í sono orgogliosi del carattere democratico della loro organizzazione religiosa e del contributo dato a cause umanitarie in tutto il mondo.

B.: Un importante volume che affronta il movimento Bahá’í in una chiave sociologico-storica è quello di Margit Warburg, Citizens of the World. A History and Sociology of the Baha’is from a Globalisation Perspective, Brill, Leida 2006. La medesima studiosa ha pubblicato in lingua italiana un’introduzione generale al tema: Margit Warburg, I Baha’i, Elledici, Leumann (Torino) 2001. Di Bahà’ù’llàh, in trad. it. della Casa Editrice Bahà’ì (Roma), si vedano: Il Kitàb-i-Aqdas. Il Libro Più Santo (1995); Tavole di Bahà’ù’llàh rivelate dopo il Kitàb-i-Aqdas (1981); e Le Parole Celate di Bahà’ù’llàh (19932). Di Abdu’l-Bahà si veda: Ultime Volontà e Testamento di Abdu’l-Bahà, trad. it., Casa Editrice Bahà’ì, Roma 1987; e di Shoghi Effendi: Dio passa nel mondo, trad. it., Casa Editrice Bahà’ì, Roma 1968. Altre introduzioni generali sono quella di Alessandro Bausani, Saggi sulla Fede Bahá’í, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1991; e John E. Esslemont, Bahà’u’llàh e la Nuova Era, Casa Editrice Bahà’ì, Roma 19987. Fra le opere di carattere storico: William S. Hatcher e J. Douglas Martin, The Bahá’í Faith. The Emerging Global Religion, Harper & Row, San Francisco 1984; Peter Smith, The Babi and Bahá’í Religions. From Messianic Shi’ism to a World Religion, Cambridge University Press, Cambridge-New York-Melbourne 1987; Joel Bjorling, The Bahá’í Faith. A Historical Bibliography, Garland, New York-Londra 1985; Christian Cannuyer, Les Bahá’ís, Peuple de la Triple Unité, Brepols, Turnhout (Belgio) 1987; Juan R. I. Cole, Modernity & the Millennium. The Genesis of the Baha’I Faith in the Nineteenth-Century Middle East, Columbia University Press, New York 1998; Christopher Buck, Paradise and Paradigm. Key Symbols in Persian Christianity and the Baha’i Faith, State University of New York Press, Albany (New York) 1999. Cfr. infine Peter Smith, A Concise Encyclopedia of the Bahá’í Faith, Oneworld, Boston 2000.

Remey Society
(i pochi seguaci italiani si riuniscono in case private)
La Remey Society è una delle diverse branche che non ha accettato, dopo la morte di Shoghi Effendi, la fine del ruolo di “guardiano” della fede Baha’i e ha seguito il già citato Charles Mason Remey come secondo “guardiano”. Dal 1957 al 1961 Remey – una delle “Mani della Causa” – cerca di convincere i suoi colleghi che un “guardiano” è necessario. Nel 1960 si proclama “guardiano”, e nel 1961 è espulso dalla Fede Baha’i. Nel 1968 organizza i suoi seguaci in un’organizzazione chiamata Fede Mondiale Baha’i Ortodossa. Si ritira a Firenze, dove muore nel 1974.

Un italiano, Giuseppe Pepe, che era stato il segretario di Remey ed era stato da lui adottato con il nome di Joseph Pepe Remey, si occupa del suo funerale, e per qualche tempo diversi piccoli scismi Baha’i negli Stati Uniti -in particolare quello guidato da Leland Jensen – lo considerano un possibile nuovo leader, posizione che finisce per rifiutare. Consiglia piuttosto di seguire come nuovo “guardiano” Donald Harvey (†1991), contro le pretese dei rivali Joel B. Marangella, Rex King e Leland Jensen. I seguaci di Marangella mantengono il nome di Fede Mondiale Baha’i Ortodossa, mentre la Remey Society raduna i seguaci di Harvey, alla morte del quale (1991) Jacques Soghomonian è diventato il quarto “guardiano”. La Remey Society – le cui credenze fondamentali sono simili alla Fede Baha’i – ha poco più di settecento membri e corrispondenti tra Stati Uniti, Canada, Francia e Italia (dove peraltro non esiste una presenza organizzata).