Felix Manalo Isugan (1886-1963), nato in una famiglia cattolica, si converte dapprima al metodismo, quindi a una delle Chiese di Cristo di origine campbellita, e infine all’Avventismo del Settimo Giorno. Nel 1913 un’esperienza mistica lo convince ad abbandonare anche gli avventisti e a fondare una sua Chiesa, che registra presso il governo filippino il 27 luglio 1914 (data che – senza che Manalo lo sappia – coincide con l’inizio della Prima guerra mondiale, segno che ai suoi seguaci apparirà come profetico). Nonostante diversi scismi, la Chiesa (chiamata “manalista” nelle Filippine) si espande nell’intero arcipelago, dapprima lentamente, poi in modo rapidissimo dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi conta da tre a cinque milioni di membri – secondo osservatori indipendenti, ma ne dichiara dieci milioni (in un paese dove la difficile situazione politica rende le statistiche poco affidabili) – ed è la terza denominazione cristiana delle Filippine dopo la Chiesa Cattolica e il suo scisma fondato nel 1902 da Gregorio Aglipay e chiamato Chiesa Filippina Indipendente.

In Italia – sede europea della Chiesa (presente anche in Spagna, Norvegia, Polonia, Svezia, Svizzera, Germania e Inghilterra) – la Iglesia ni Cristo si è radicata essenzialmente, in maniera informale a partire dal 1985, tramite l’immigrazione di cittadini filippini giunti nella penisola alla ricerca di lavoro; in seguito, nel 1989, l’amministrazione centrale della Chiesa filippina ha inviato in Italia un ministro e un pastore, fino a che, nel 1994, la Iglesia ni Cristo ha ottenuto un primo riconoscimento giuridico da parte dello Stato. Così, al Distretto Europa si è aggiunto il ministero per l’Italia con filiali o missioni, tra l’altro, nelle città di Milano, Firenze, Lucca, Napoli, Torino, Bologna e Catania. Attualmente esistono in Europa cinquantanove sedi, organizzate da ministri e diaconi; i fedeli europei – prevalentemente filippini e oriundi dello Sri Lanka – sono 5.300 e quelli italiani circa tremila, con presenze significative a Roma e Milano, che contano settecento fedeli ciascuna e, rispettivamente, cinque e tre aree territoriali.

La Iglesia ni Cristo considera pericolosa la tradizionale rappresentazione cristiana della dottrina della Trinità, che porterebbe al “triteismo”. Benché tra diverse incertezze, i “manalisti” affermano di credere in Cristo, ma di non credere che sia “Dio stesso’. Per l’Iglesia ni Cristo Felix Manalo è l’”angelo che sale dall’Oriente” di Apocalisse 7, 2-3. In un messaggio in cui confluiscono elementi del profetismo filippino tradizionale, Manalo è celebrato come il sugo, il “messaggero” ultimo e speciale di Dio. Da quando la missione di Manalo è iniziata, la Bibbia è “infallibile” ma solo se è accompagnata dall’interpretazione del sugo. Per salvarsi, è necessario aderire alla vera Chiesa che è la stessa Iglesia ni Cristo.

Questo giustifica il grande sforzo proselitistico, esteso a tutto il mondo, e un atteggiamento fortemente critico nei confronti delle Chiese cristiane storiche, particolarmente vivace contro la Chiesa Cattolica, cui rispondono anche via Internet numerosi critici che accusano la Iglesia ni Cristo di essere una “setta”. Come la Chiesa Avventista del Settimo Giorno – di cui aveva fatto parte per qualche anno – Manalo insegna la dottrina del condizionalismo, secondo cui l’anima rimane “in sonno” dopo la morte e fino al giudizio. L’Iglesia ni Cristo attacca anche il consumo di dinuguan, una specialità culinaria filippina preparata con sangue cotto, che violerebbe la prescrizione biblica di non mangiare sangue.

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