Quanti frequentano le nostre riunioni di culto evangelico notano, oltre che alla mancanza di tutte quelle forme fastose di contorno alle funzioni religiose (quali candele, altari, immagini ed abiti speciali), anche l’assenza di preghiere recitate, ormai tradizionali nell’ambito della cristianità. Nelle nostre preghiere quasi mai il Padre nostro è recitato: perché?

Naturalmente la risposta generale che possiamo dare è che come cristiani evangelici riteniamo doveroso attenerci a quanto la Bibbia afferma, quindi quanto non risulta attuato praticamente nella Chiesa del Nuovo Testamento, lo riteniamo superfluo e spesso in contrasto stridente con la semplicità del culto cristiano.

La domanda riguardo al “Padre Nostro” è logica, almeno per tre ragioni: il Padre Nostro è la preghiera che Gesù ha insegnato, è riportata nei Vangeli e molte chiese evangeliche l’hanno introdotta nella liturgia dei loro culti.
Le risposte che biblicamente riteniamo valide, sono le seguenti:

MAI RECITATO

L’assenza del “Padre Nostro” nel culto cristiano dell’era apostolica è sottolineata dal silenzio del Nuovo Testamento al riguardo. Nel libro degli Atti degli Apostoli abbiamo il testo di una sola preghiera comunitaria ed in essa non è presente alcun riferimento al “Padre Nostro”: “Rimessi quindi in libertà, vennero ai loro, e riferirono tutte le cose che i capi dei sacerdoti e gli anziani avevano dette. Udito ciò, essi alzarono concordi la voce a Dio, e dissero: “Signore, tu sei colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi; colui che mediante lo Spirito Santo ha detto per bocca del tuo servo Davide, nostro padre: “Perché questo tumulto fra le nazioni, e i popoli meditano cose vane? I re della terra si sono sollevati, i principi si sono riuniti insieme contro il Signore e contro il suo Cristo”. Proprio in questa città, contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto, si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme con le nazioni e con tutto il popolo d’Israele, per fare tutte le cose che la tua volontà e il tuo consiglio avevano prestabilito che avvenissero. Adesso, Signore, considera le loro minacce, e concedi ai tuoi servi di annunziare la tua Parola in tutta franchezza, stendendo la tua mano per guarire, perché si facciano segni e prodigi mediante il nome del tuo santo servitore Gesù”. Dopo che ebbero pregato, il luogo dove erano riuniti, tremò; e tutti furono riempiti dello Spirito Santo, e annunziavano la Parola di Dio con franchezza” (Atti 4:24-31).

Sempre negli Atti degli Apostoli, dopo la Pentecoste, troviamo almeno diciassette riferimenti a preghiere individuali e comunitarie e mai una sola fa riferimento al “Padre Nostro”. Vediamo qualche esempio:

– La scelta del sostituto di Giuda: “Sta scritto nel libro dei Salmi: “La sua dimora diventi deserta e più nessuno abiti in essa”; e: “Il suo incarico lo prenda un altro”. Bisogna dunque che tra gli uomini che sono stati in nostra compagnia tutto il tempo che il Signore Gesù visse con noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni fino al giorno che egli, tolto da noi, è stato elevato in cielo, uno diventi testimone con noi della sua risurrezione”. Essi ne presentarono due: Giuseppe, detto Barsabba, che era soprannominato Giusto, e Mattia. Poi in preghiera dissero: “Tu, Signore, che conosci i cuori di tutti, indicaci quale di questi due hai scelto per prendere in questo ministero apostolico il posto che Giuda ha abbandonato per andarsene al suo luogo”. Tirarono quindi a sorte, e la sorte cadde su Mattia, che fu incluso tra gli undici apostoli (Atti 1:20-26).

– Per il battesimo nello Spirito Santo: “Allora gli apostoli, che erano a Gerusalemme, saputo che la Samaria aveva accolto la Parola di Dio, mandarono da loro Pietro e Giovanni. Essi andarono e pregarono per loro affinché ricevessero lo Spirito Santo; infatti non era ancora disceso su alcuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Quindi imposero loro le mani, ed essi ricevettero lo Spirito Santo” (Atti 8:14-17).

– Per la resurrezione di Tabita: “A Ioppe c’era una discepola, di nome Tabita, che, tradotto, vuol dire Gazzella: ella faceva molte opere buone ed elemosine. Proprio in quei giorni si ammalò e morì. E, dopo averla lavata, la deposero in una stanza di sopra. Poiché Lidda era vicina a Ioppe, i discepoli, udito che Pietro era là, mandarono due uomini per pregarlo che senza indugio andasse da loro. Pietro allora si alzò e partì con loro. Appena arrivato, lo condussero nella stanza di sopra; e tutte le vedove si presentarono a lui piangendo, mostrandogli tutte le tuniche e i vestiti che Gazzella faceva, mentre era con loro. Ma Pietro, fatti uscire tutti, si mise in ginocchio, e pregò; e, voltatosi verso il corpo, disse: “Tabita, àlzati”. Ella aprì gli occhi; e, visto Pietro, si mise seduta. Egli le diede la mano e la fece alzare; e, chiamati i santi e le vedove, la presentò loro in vita. Ciò fu risaputo in tutta Ioppe, e molti credettero nel Signore” (Atti 9:36-42).

– La chiamata al ministerio: “Mentre celebravano il culto del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: “Mettetemi da parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. Allora, dopo aver digiunato, pregato e imposto loro le mani, li lasciarono partire” (Atti 13:2,3).

– In occasione dei viaggi missionari: “Dopo aver designato per loro degli anziani in ciascuna chiesa, e aver pregato e digiunato, li raccomandarono al Signore, nel quale avevano creduto” (Atti 14:23).

– La guarigione di Publio: “Il padre di Publio era a letto colpito da febbre e da dissenteria. Paolo andò a trovarlo; e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì” (Atti 28:8).

Sono solo alcuni dei diciassette esempi contenuti nel libro degli Atti, nei quali non compare mai la preghiera del Padre nostro. Un’altra importante considerazione è la seguente:

DUE CITAZIONI DIFFERENTI

Il “Padre Nostro” è riportato soltanto da due Vangeli e, se sarebbe dovuto divenire la preghiera ufficiale della Chiesa Cristiana, appare strano il fatto che sia formulato in modo diverso da Matteo e da Luca:
Matteo 6:9-13: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà anche in terra come è fatta in cielo. Dacci oggi il nostro pane quotidiano; rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno. Perché a te appartengono il regno, la potenza e la gloria in eterno, amen.”

Luca 11:2-4: “Padre, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano; e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore; e non ci esporre alla tentazione””.
Basta confrontare i due testi per notare la differenza e quindi obiettivamente ritenere che non può trattarsi di una formula di preghiera.

Il “Padre Nostro” esprime il modello di preghiera inquadrato nel discorso più ampio sul giusto modo di pregare che sottintende raccoglimento, spirito di umiltà e ubbidienza.
L’identico caso è per le “Beatitudini” che sono riportate in modo diverso in Matteo e Luca, ma che non dovevano essere una formula liturgica di alcun genere:
Matteo 5:2-11:”Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli. Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati. Beati i mansueti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia.”

Luca 6:20-23: “Beati voi che siete poveri, perché il regno di Dio è vostro. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno, e quando vi scacceranno da loro, e vi insulteranno e metteranno al bando il vostro nome come malvagio, a motivo del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno e saltate di gioia, perché, ecco, il vostro premio è grande nei cieli”.

ATIPICA COME PREGHIERA

Il Signore Gesù, dopo aver dato ai discepoli il modello di preghiera, quasi all’inizio del Suo ministerio terreno, prima di lasciarli, stabilì una regola sulla base del rapporto nuovo che essi avrebbero avuto con Lui. Infatti, nel Vangelo di Giovanni nei capitoli 14,15,16 troviamo diversi consigli precisi e circostanziati riguardanti la preghiera.
Questi tre capitoli riportano il discorso privato di Gesù con i Suoi e sembrano sostituire nella pratica il discorso della Montagna in Matteo 5:6,7. Quest’ultimo era la dichiarazione programmatica del Regno di Dio, mentre nel Vangelo di Giovanni sono stati riportati i precetti pratici riguardanti il Regno.
In questo discorso privato troviamo i seguenti riferimenti espliciti alla preghiera:

* Giovanni 14:12-14: “In verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch’egli le opere che faccio io; e ne farà di maggiori, perché io me ne vado al Padre; e quello che chiederete nel mio nome, lo farò; affinché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò”.

* Giovanni 15:16: “Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia”.

* Giovanni 16:23,24,26,27: “In verità, in verità io dico che quel che chiederete al Padre, Egli ve lo darà nel Nome Mio. Fino ad ora non avete chiesto nulla nel Nome Mio; chiedete e riceverete, affinché la vostra allegrezza sia completa… In quel giorno, chiederete nel Mio Nome; e non vi dico che io pregherò il Padre per voi; poiché il Padre stesso vi ama”.

A conferma che il Padre nostro era solo un modello di preghiera, subito prima, Gesù dette ulteriori indicazioni per la preghiera: “Quando pregate, non siate come gli ipocriti; poiché essi amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Nel pregare non usate troppe parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole. Non fate dunque come loro, poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate” (Matteo 6:5-8).

Da queste parole di Gesù sembra evidente che il “Padre Nostro” era una preghiera per il periodo precedente alla morte, resurrezione e glorificazione di Gesù Cristo.
I sei riferimenti “nel Mio Nome” vengono a ricordarci che tutte le nostre preghiere al Padre debbono essere rivolte nel nome e per i meriti di Gesù Cristo il nostro Salvatore, Unico Mediatore fra Dio e gli uomini.

Finché Gesù si trovava sulla terra, Egli era il “Paracleto”, Colui che aiutava i Suoi discepoli. La sua stessa presenza fisica con loro dava la sicurezza dell’esaudimento. Ma quando Egli sarebbe stato glorificato, allora avrebbe mandato “un altro Paracleto”: lo Spirito Santo, il Quale avrebbe ispirato le preghiere al Padre, nel nome di Gesù. Era questo “quel giorno” (Giovanni 16:26) quando i discepoli avrebbero avuto la certezza dell’opera dello Spirito Santo nella loro esperienza quotidiana ed allora avrebbero potuto chiedere nel nome di Gesù.
In questo senso il “Padre Nostro” è atipica come preghiera e non abbiamo alcuna prova biblica che sia stata recitata o ripetuta in seguito.

ALLORA PERCHÉ IL PADRE NOSTRO?

Se il “Padre Nostro” non risulta essere stato mai recitato nella Chiesa del Nuovo Testamento, se ne esistono due redazioni, se è atipica come preghiera cristiana, perché Gesù l’ha insegnato?

Non si vuole assolutamente sminuire l’importanza del “Padre Nostro” come modello di preghiera, ma soltanto riportarla allo scopo iniziale dell’insegnamento di Gesù, il divino Maestro.

In modo schematico meditiamo sul Padre nostro:

1. “PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI”

È la preghiera del figlio rivolta al Padre. Tutti gli uomini sono creature di Dio e solo alcune sono figli: “É venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto; ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome; i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (Giovanni 1:11-13).
Per quanti hanno ricevuto Cristo, possono chiamare Dio, rivolgendosi a Lui, come Padre o meglio, confidenzialmente: “Abbà”. C’è un grido nel cuore del credente: “E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: “Abbà, Padre” (Galati 4:6).
Chi mai aveva avuto il privilegio di realizzare la Sua presenza in modo così intimo? L’apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, parla di “adozione”, in vista della quale siamo legalmente resi figli di Dio: “E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: “Abbà! Padre!” (Romani 8:15).

Siamo noi il suo popolo ed egli è il nostro Dio. Si tratta di un’appartenenza reciproca: “Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio” (Apocalisse 21:7).

Non abbiamo dubbi: Dio è nostro Padre.

2. “SIA SANTIFICATO IL TUO NOME”

In questo caso abbiamo un credente che onora Dio. “Sia santificato” cioè sia considerato come santo, riverito e glorificato. “Il tuo nome”: “nome” non è da prendere nel proprio senso come un titolo o un appellativo, con speciale allusione al nome di Iavè con cui Dio era distinto da tutti i falsi dei e descritto non solamente come un Ente eterno e che esiste di per sé (che è il senso del nome), ma anche come il Dio che aveva stabilito la sua alleanza con Israele, il Dio della rivelazione e il Dio della grazia o nel linguaggio del Nuovo testamento: “Il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo”. Ma il nome di Dio indica pure, nella Scrittura, i Suoi attributi, ordini, parole ed opere. Tale è il significato che ha in questo passo: in modo che in questa prima domanda si chiede che Dio sia adorato e glorificato (L’Evangelo secondo Matteo e Marco di Stewart Robert, pag. 58; edizione Claudiana Reprint).
È Gesù Colui che più di ogni altro ha santificato il Nome di Dio. I nostri gesti di amore, di dono, di sacrificio sono occasione di lode al Padre da parte degli uomini: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Matteo 5:16).

La nostra vita di fronte agli altri assume il compito di specchio di Dio: “I serafini, lodando Dio, dicono: Santo, Santo, Santo; appunto le parole “sia santificato il tuo nome” significano che il suo nome sia glorificato. È come se dicessimo a Dio: Concedici di vivere in modo così puro e perfetto che tutti, vedendo noi, ti glorifichino. La perfezione del cristiano sta proprio in questo, nell’essere così irreprensibile in tutte le sue azioni, che chiunque lo vede, per esse rende lode a Dio”
In fin dei conti non possiamo santificare il Nome, se non lasciandolo entrare nella nostra vita con la sua azione santificante. “Il nome santifica ed è santificato in un medesimo processo”.

Diceva Nieztche: “Mostrami che tu sei redento e io crederò al tuo Redentore”.

3. “VENGA IL TUO REGNO”

Un suddito che prega il Suo Re: “Venga il Tuo Regno”. Un regno che nel giorno in cui una persona “nasce di nuovo” è in lui: “Interrogato poi dai farisei sul quando verrebbe il regno di Dio, rispose loro: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà: “Eccolo qui”, o “eccolo là”; perché, ecco, il regno di Dio è dentro di voi” (Luca 17:20,21).

Il Re abita nei nostri cuori. Lui ha instaurato il Suo regno in noi. Se ancora qualcuno non lo ha fatto entrare, possa decidersi questa sera: “O porte, alzate i vostri frontoni; e voi, porte eterne, alzatevi; e il Re di gloria entrerà. Chi è questo Re di gloria? É il Signore, forte e potente, il Signore potente in battaglia. O porte, alzate i vostri frontoni; alzatevi, o porte eterne, e il Re di gloria entrerà. Chi è questo Re di gloria? É il Signore degli eserciti; egli è il Re di gloria” (Salmo 24:7-10).

Ma c’è un altro regno che il Signore instaurerà e sarà nel periodo del millennio: “La giustizia sarà la cintura delle sue reni, e la fedeltà la cintura dei suoi fianchi. Il lupo abiterà con l’agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà. La mucca pascolerà con l’orsa, i loro piccoli si sdraieranno assieme, e il leone mangerà il foraggio come il bue. Il lattante giocherà sul nido della vipera, e il bambino divezzato stenderà la mano nella buca del serpente. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo, poiché la conoscenza del Signore riempirà la terra, come le acque coprono il fondo del mare” (Isaia 11:5-9).

Infine ci sarà il Suo regno eterno: “Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scender giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: “Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate”. E colui che siede sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. Poi mi disse: “Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere”, e aggiunse: “Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio” (Apocalisse 21:1-7).

Noi vogliamo esserci in questo regno eterno: “Venga il Tu regno”.

4. “SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ ANCHE IN TERRA COME È FATTA IN CIELO”

Un credente completamente arreso a Dio. A questo siamo chiamati: non a fare la nostra volontà, ma quella di Dio. Lui ha per noi una volontà precisa, ma per conoscerla dobbiamo vivere una vita coerente alla chiamata che ci è stata rivolta: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:1,2).

La volontà di Dio è buona: “Provate e vedrete quanto il Signore è buono! Beato l’uomo che confida in lui” (Salmi 34:8).
La volontà di Dio è perfetta. Dio non sbaglia e non arriva mai in ritardo: “Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il Signore? Al tempo fissato, l’anno prossimo, tornerò e Sara avrà un figlio” (Genesi 18:14).

La volontà di Dio è accettevole. Il vero credente ha imparato a dire: “Signore, la tua volontà sia fatta”: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta” (Luca 22:42).
Non chiunque invoca il Nome del Signore entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà di Dio che è nei cieli: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Matteo 7:21).
Prendiamo piacere a fare la volontà di Dio: “Dio mio, desidero fare la tua volontà, la tua legge è dentro il mio cuore” (Salmi 40:8).

5. “DACCI DI GIORNO IN GIORNO IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO”

Un povero che prega il Signore ricco. Dio provvederà per noi ciò di cui abbiamo bisogno, perché Lui è il nostro Padre celeste: “Io sono stato giovane e son anche divenuto vecchio, ma non ho mai visto il giusto abbandonato, né la sua discendenza mendicare il pane” (Salmo 37:25).
Dio provvede per noi. Allora spazziamo via dal nostro cuore l’ansietà; tranquilli aspettiamo i tempi del Signore: “Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio veste in questa maniera l’erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più” (Matteo 6:25-33).
Non temiamo mai; Dio provvede per noi: “Guarda di startene calmo e tranquillo, non temere e non ti si avvilisca il cuore” (Isaia 7:4).

6. “PERDONA I NOSTRI PECCATI”

Un peccatore che prega il Suo Salvatore. Nessuno di noi può fare a meno ogni giorno o più volte al giorno di dire: “Dio perdona i miei peccati”. Chi pensa di poter fare a meno di una preghiera simile, si sbaglia di grosso: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo, e la sua parola non è in noi. Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; e se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Giovanni 1:8-10).

La nostra confessione deve essere sincera, procedente da un cuore realmente pentito, profondamente avvilito e desideroso di instaurare nuovamente quell’intensa comunione che precedentemente realizzava con Dio: “Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi”. Egli dunque si alzò e tornò da suo padre; ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione: corse, gli si gettò al collo, lo baciò e ribaciò. E il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Luca 15:18-21).

Il nostro vestito bianco può macchiarsi: per questo abbiamo la necessità di purificarlo. Anche oggi urge dire: “Signore perdona i nostri peccati e lavaci col sangue di Cristo Gesù”: “Ma se camminiamo nella luce, com’egli è nella luce, abbiamo comunione l’uno con l’altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (1Giovanni 1:7).

7. “POICHÉ ANCHE NOI PERDONIAMO OGNI NOSTRO DEBITORE”

Un creditore che rinuncia ai suoi diritti. Impariamo a perdonare come Cristo ha perdonato e continua a perdonare noi. Il nostro rapporto con Dio è verticale, ma anche orizzontale: “Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi” (Colossesi 3:13).

Notate la costruzione della frase: perdona i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ma se noi non perdoniamo…riflettiamo: anche Dio non ci perdonerà! Ricordate la parabola dei due debitori? Uno doveva al re qualcosa come tre miliardi e un altro doveva a quest’uomo quindicimila lire. Il re fu pronto a perdonare a quell’uomo il debito di tre miliardi, ma quest’ultimo non volle perdonare quello di 15 mila lire. Noi non potevamo pagare il debito della nostra colpa, ma Dio ci ha perdonato ed allora possiamo perdonare il nostro fratello e la nostra sorella. Non leghiamo ciò che un giorno non potremo sciogliere: “Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo” (Matteo 18:18).
Se giudichiamo il fratello, possiamo sbagliarci, ma se lo perdoniamo, non ci sbagliamo mai!

8. “E NON CI ESPORRE ALLA TENTAZIONE, MA LIBERACI DAL MALIGNO”

Un credente che teme di se stesso, ma confida nel Signore. “Dio ho paura di espormi alla tentazione, ma tu liberami”. L’Eterno è il nostro liberatore: “Invocami nel giorno della sventura; io ti salverò, e tu mi glorificherai” (Salmi 50:15).
Nel giorno in cui la voce della tentazione si fa più forte, dimoriamo in Dio: “Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente. Io dico al Signore: “Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza, il mio Dio, in cui confido!” Certo egli ti libererà dal laccio del cacciatore e dalla peste micidiale. Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio. La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Tu non temerai gli spaventi della notte, né la freccia che vola di giorno, né la peste che vaga nelle tenebre, né lo sterminio che imperversa in pieno mezzogiorno. Mille ne cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra; ma tu non ne sarai colpito. Basta che tu guardi, e con i tuoi occhi vedrai il castigo degli empi. Poiché tu hai detto: “O Signore, tu sei il mio rifugio”, e hai fatto dell’Altissimo il tuo riparo, nessun male potrà colpirti, né piaga alcuna s’accosterà alla tua tenda. Poiché egli comanderà ai suoi angeli di proteggerti in tutte le tue vie. Essi ti porteranno sulla palma della mano, perché il tuo piede non inciampi in nessuna pietra. Tu camminerai sul leone e sulla vipera, schiaccerai il leoncello e il serpente. Poich’egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il mio nome. Egli m’invocherà, e io gli risponderò; sarò con lui nei momenti difficili; lo libererò, e lo glorificherò. Lo sazierò di lunga vita e gli farò vedere la mia salvezza” (Salmo 91).

La tentazione a volte sembra irresistibile, ma il Signore ci dà la forza per sopportarla e per venirne fuori vittoriosi: “Nessuna tentazione vi ha còlti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare” (1Corinzi 10:13).

Queste lezioni sono basilari per i credenti d’ogni tempo e rivelano quanto sia importante l’attitudine del credente nella preghiera.

LA NATURA VERA DELLA PREGHIERA

Dopo la resurrezione di Gesù e la Sua ascensione, la preghiera diviene atto profondamente autentico, personale e spontaneo. Il concetto rivelato, sottolineato da Gesù, cioè che Dio è Padre, viene non soltanto accettato come la paternità universale di Dio Creatore, ma come la paternità personale nel rapporto che Egli ha col credente, mediante l’opera della redenzione compiuta da Cristo Gesù. Certamente il cristiano si rivolge a Dio come Padre, ma non più nell’arida ripetizione di un formulario di preghiere; addirittura egli ha scoperto che Dio non solo è Padre, ma è: “Abbà”. Ora è lo Spirito Santo che ci guida alla preghiera: “E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: “Abbà! Padre!” Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui. Allo stesso modo ancora, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede per noi con sospiri ineffabili e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio” (Romani 8:15-17;26,27).

La semplice lettura di queste parole del Nuovo Testamento ci rivela che la preghiera è ispirata, al momento, dallo Spirito Santo, il Quale ci suggerisce come pregare, per che cosa pregare e ci spinge a rivolgerci a Dio, chiamandoLo: Padre!
È quindi evidente che la preghiera è elevazione dell’anima del credente verso Dio per mezzo di Gesù Cristo. È un “rendere note” le nostre richieste, non seguendo uno schema prefissato da recitare o ripetere, ma liberamente, in modo estemporaneo, permettendo allo Spirito Santo di dare priorità alle domande che rivolgiamo a Dio.

Conclusione. Desidero terminare il presente studio, portando il lettore a riflettere su una meditazione fatta da uno scrittore cristiano sul “Padre nostro”:

Non dire PADRE se ogni giorno non ti comporti da figlio.
Non dire NOSTRO se vivi isolato nel tuo egoismo.
Non dire CHE SEI NEI CIELI se pensi solo alle cose terrene.
Non dire SIA SANTIFICATO IL TUO NOME se non lo onori.
Non dire VENGA IL TUO REGNO se pensi solo al successo materiale.
Non dire SIA FATTA LA TUA VOLONTA’ se non l’accetti quando è dolorosa.
Non dire DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO se non ti preoccupi di chi ha fame
Non dire PERDONA I NOSTRI DEBITI se conservi un rancore verso tuo fratello.
Non dire NON ESPORCI ALLA TENTAZIONE se hai intenzione di continuare a peccare.
Non dire LIBERACI DAL MALE se non prendi posizione contro il male.
Non dire AMEN se non prendi sul serio le parole del Padre Nostro.

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