Luca 16:1-12: “Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: “Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. Egli lo chiamò e gli disse: “Che cos’è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore”. Il fattore disse fra sé: “Che farò, ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l’amministrazione”. Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: “Quanto devi al mio padrone?” Quello rispose: “Cento bati d’olio”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta”. Poi disse a un altro: “E tu, quanto devi?” Quello rispose: “Cento cori di grano”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta”. E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce. E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri?”

La parabola presenta un uomo ricco, padrone di immense proprietà, che ha affidato ad un fattore, la gestione e l’amministrazione dei suoi beni. Probabilmente quest’uomo ricco, aveva ricevuto quell’ingente ricchezza da un’eredità, tuttavia dalla descrizione che ne dà la Scrittura, sembra sia una persona comprensiva con una grande fiducia negli altri. Egli, infatti, dopo avere affidato quell’amministrazione, non ha assillato il suo dipendente, esigendo il rendiconto con regolarità e precisione. Quest’uomo ricco non si è dimostrato sospettoso e diffidente verso il suo fattore e gli ha lasciato la libertà di gestire il suo immenso patrimonio. Un giorno, però, è stato allarmato da una confidenza: ha ricevuto un’informazione negativa sulla gestione del suo patrimonio da parte del suo fattore, per questo decide di chiedergli il rendiconto. Scoprirà ben presto che la sua fiducia è stata tradita.

CARATTERISTICHE DEL FATTORE

Ne scopriamo almeno cinque. La prima caratteristiche è:

1. LA SUPERFICIALITÀ E LA NEGLIGENZA.
Dalla storia biblica comprendiamo che quel curatore non è corrotto, ma è solo negligente, infatti, non si preoccupa di segnare le cifre esatte che i debitori dovevano al suo padrone e non è neppure in grado di ricordarsele. La sua negligenza divenne di pubblico dominio, forse tutti canzonavano quest’uomo ricco che si era fidato di un fattore negligente. La cosa venne all’orecchio del padrone il quale ricevendo delle precise incriminazioni dell’operato del suo fattore, decise di rendersi conto personalmente dell’accaduto e di procedere con il licenziamento: “Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. Egli lo chiamò e gli disse: “Che cos’è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore” (Luca 16:1,2).
Con tanta superficialità, sperpera i beni del suo padrone. È una persona superficiale perché non considera il rischio che sta per correre. Egli pensa che mai il suo padrone scoprirà le sue magagne: “Non maledire il re, neppure con il pensiero; e non maledire il ricco nella camera dove dormi; poiché un uccello del cielo potrebbe spargerne la voce e un messaggero alato pubblicare la cosa” (Ecclesiaste 10:20).
Questo verso c’insegna che tutte le cose che si fanno, si sanno: “Perciò tutto quello che avete detto nelle tenebre, sarà udito nella luce; e quel che avete detto all’orecchio nelle stanze interne, sarà proclamato sui tetti” (Luca 12:3).
Fratelli e sorelle, bandiamo la superficialità dalla nostra vita, essa è come un tarlo che distrugge la nostra vita. La vita cristiana prevede impegno, serietà, oculatezza: “Maledetto colui che fa l’opera dell’Eterno fiaccamente” (Geremia 48:10).

2. LA PIGRIZIA.
Il fattore è un uomo pigro, che non ha mai lavorato. Per il suo padrone egli è stato solo una sanguisuga che ha succhiato gli avere che non erano suoi. Da sempre ha vissuto sulle spalle degli altri come c’informa la stessa parabola: “Il fattore disse fra sé: “Che farò, ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno” (Luca 16:3).
Non possiamo essere credenti che spiritualmente vivono alle spalle degli altri. Ciascuno di noi è un amministratore dei beni del Signore. La pigrizia trova una dura condanna nella Scrittura: “Va’, pigro, alla formica; considera il suo fare e diventa saggio! Essa non ha né capo, né sorvegliante, né padrone; prepara il suo nutrimento nell’estate e immagazzina il suo cibo al tempo della mietitura. Fino a quando, o pigro, te ne starai coricato? Quando ti sveglierai dal tuo sonno? Dormire un po’, sonnecchiare un po’, incrociare un po’ le mani per riposare… La tua povertà verrà come un ladro, la tua miseria, come un uomo armato” (Proverbi 6:6-11).
Il libro dei proverbi, dedica molti versetti a quest’attitudine negativa che ci ricorda che il credente non deve “avere la pancia”: “La via del pigro è come una siepe di spine, ma il sentiero degli uomini retti è piano…Anche colui che è sfaticato nel suo lavoro è fratello del dissipatore…La pigrizia fa cadere nel torpore, e la persona indolente patirà la fame. Il pigro tuffa la mano nel piatto e non fa neppure tanto da portarla alla bocca….Il pigro non ara a causa del freddo; alla raccolta verrà a cercare, ma non ci sarà nulla…I desideri del pigro lo uccidono, perché le sue mani rifiutano di lavorare…Il pigro dice: “Là fuori c’è un leone; sarò ucciso per la strada”…Passai presso il campo del pigro e presso la vigna dell’uomo privo di senno; ed ecco le spine vi crescevano dappertutto, i rovi ne coprivano il suolo, e il muro di cinta era in rovina” (Proverbi 15:19; 18:9; 19:15,24).
Non possiamo dimenticare che la pigrizia è l’anticamera del peccato. Persino l’uomo secondo il cuore di Dio, cadde a causa della pigrizia, infatti, mentre l’esercito d’Israele era in guerra, per la prima volta troviamo Davide che non vi partecipa, si gira sul suo letto perché non prende sonno, si affaccia alla finestra, passeggia sul balcone di casa sua e il resto del racconto è a tutti noi noto. Questo fu il risultato della pigrizia: “L’anno seguente, nella stagione in cui i re cominciano le guerre, Davide mandò Ioab con la sua gente e con tutto Israele a devastare il paese dei figli di Ammon e ad assediare Rabba; ma Davide rimase a Gerusalemme. Una sera Davide, alzatosi dal suo letto, si mise a passeggiare sulla terrazza del palazzo reale; dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno. La donna era bellissima. Davide mandò a chiedere chi fosse la donna. Gli dissero: “É Bat-Sceba, figlia di Eliam, moglie di Uria, l’Ittita.” Davide mandò a prenderla; lei venne da lui ed egli si unì a lei, che si era purificata dalla sua impurità; poi lei tornò a casa sua” (2Samuele 11:1-4).
Combattiamo la pigrizia, impegnandoci sempre più nell’opera di Dio, sapendo che siamo in guerra, una guerra spirituale nella quale abbiamo indossato l’armatura di Dio: non possiamo rimanere a passeggiare sulla terrazza di questo mondo.

3. L’INFEDELTÀ
La Scrittura puntualizza che noi credenti siamo diventati amministratori di Dio, perché, quanto usiamo, Gli appartiene:

· 1Cronache 29:14: “Poiché chi sono io, e chi è il mio popolo, che siamo in grado di offrirti volenterosamente così tanto? Poiché tutto viene da te; e noi ti abbiamo dato quello che dalla tua mano abbiamo ricevuto”.

· 1Timoteo 6:7: “Infatti non abbiamo portato nulla nel mondo, e neppure possiamo portarne via nulla”.

Siamo amministratori dei beni di Dio: “Così, ognuno ci consideri servitori di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Del resto, quel che si richiede agli amministratori è che ciascuno sia trovato fedele” (1Corinzi 4:1,2).
La fedeltà è ciò che Dio cerca nella nostra vita: “Molta gente vanta la propria bontà; ma un uomo fedele chi lo troverà?” (Proverbi 20:6).
L’intelletto, le forze fisiche, i talenti, le possessioni sono risorse che il Signore ci partecipa perché siano usati fedelmente: “Il messaggero malvagio cade in sciagure, ma l’ambasciatore fedele porta guarigione” (Proverbi 13:17).
Quell’amministratore ha vissuto a lungo nel prestigio di una brillante posizione, nel lusso e nell’indolenza, pensando che quell’uomo ricco non si sarebbe mai interessato della sua “piccola” infedeltà. Invece la parabola termina con questa morale: “Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri?” (Luca 16:10-12).
Dio ci aiuti ad essere uomini e donne fedeli al Signore.

4. LA DISONESTÀ.
È proprio vero quello che dice la Bibbia: “Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate; tutte le tue onde e i tuoi flutti son passati su di me” (Salmo 42:7).
Quando l’amministratore riceve la richiesta di produrre i registri contabili per essere poi sollevato dall’incarico, egli dapprima si ferma a riflettere, poi agisce con rapidità ed avvedutezza per superare quella difficoltà. Egli non ha alcuna scusante da addurre, perché sa di essere stato infedele, ma non è disposto a chiedere perdono al suo signore. Prima che il suo padrone lo chiami a rendere conto dell’amministrazione, quel fattore vuole agire in fretta per garantirsi il futuro. Egli, così, cerca una soluzione. Non era tempo di indignarsi e di lamentarsi per la perdita del posto di lavoro, ma anzi di aprire gli occhi e prepararsi. Chi, infatti, avrebbe assunto un amministratore che si era dimostrato infedele? Col disonore, che lo aspettava, non avrebbe potuto certamente cercare un altro impiego e, perciò, non ci pensa neppure. Il pesante mestiere di bracciante agricolo non è per lui, perché la vita agiata gli ha tolto la forza fisica. La sola alternativa che sembra restargli è chiedere l’elemosina, ma egli prova vergogna ad abbassarsi fino a quel punto, lui che era stato amministratore di una grande proprietà. È una situazione davvero critica, tuttavia il suo perfido ingegno ordisce un ultimo raggiro, che potrebbe assicurargli l’avvenire. Non era ancora corsa voce del suo licenziamento così, pensò di avvalersi della sua autorità per prepararsi degli amici per il suo futuro. All’improvviso balenò nella sua mente un’ottima idea: “So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l’amministrazione” (Luca 16:4).
Scatta qui la sua disonestà verso se stesso, verso il padrone e verso gli altri: la sua slealtà coinvolge tutti. Egli aveva ancora il controllo degli affari del padrone e ne possedeva l’anello, col quale avrebbe potuto provvedere al proprio futuro. Quell’amministratore si sarebbe procurato degli amici con l’essere generoso attraverso i beni del suo padrone. Egli aveva vergogna di mendicare, ma non ne aveva a perpetrare un altro torto al suo signore. Così mandò a chiamare i fittavoli, che in periodi di magre annate si erano tenuti la parte spettante al padrone ed agì in modo che costoro si fossero sentiti obbligati a lui. Quel che poteva fare loro era di ridurre i conti dei loro debiti. Chiese, pertanto, ad uno ad uno i loro debiti – ed è davvero strano che un amministratore non conservi una ricevuta – e dispose che questi fossero ridotti. I debitori dimostrarono di essere altrettanto ingiusti ed infedeli quanto il fattore, perché avrebbero dovuto sospettare che in quel modo stavano truffando, tuttavia, gioiosi di averne una agevolazione, agirono come era stato loro suggerito: “Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: “Quanto devi al mio padrone?” Quello rispose: “Cento bati d’olio”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta”. Poi disse a un altro: “E tu, quanto devi?” Quello rispose: “Cento cori di grano”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta” (Luca 16:5-7).

5. L’AUDACIA
Di quest’uomo abbiamo detto che era pigro, superficiale, infedele, disonesto, ma all’improvviso gli si aguzza l’ingegno. Per i debitori insolventi, la legge prevedeva il carcere o la schiavitù. La Bibbia porta l’esempio della vedova che andò da Eliseo: “Una donna, moglie di uno dei discepoli dei profeti, si rivolse a Eliseo, e disse: “Mio marito, tuo servo, è morto; e tu sai che il tuo servo temeva il Signore. Il suo creditore è venuto per prendersi i miei due figli come schiavi” (2Re 4:1).
Gesù stesso ricorderà del rischio che correva chi non pagava i debiti contratti: “Fa’ presto amichevole accordo con il tuo avversario mentre sei ancora per via con lui, affinché il tuo avversario non ti consegni in mano al giudice e il giudice in mano alle guardie, e tu non venga messo in prigione. Io ti dico in verità che di là non uscirai, finché tu non abbia pagato l’ultimo centesimo” (Matteo 5:25,26).
Il fattore, in modo audace fece convenire i debitori e come abbiamo letto, venne con loro a patti in modo da garantirsi un futuro: “Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: “Quanto devi al mio padrone?” Quello rispose: “Cento bati d’olio”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta”. Poi disse a un altro: “E tu, quanto devi?” Quello rispose: “Cento cori di grano”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta” (Luca 16:5-7).
Leggiamo questi versi in lingua corrente per renderci conto del comportamento di quel fattore: “Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: “Quanto devi al mio padrone?” Quello rispose: 3.800 litri di olio”. Prendi la tua ricevuta e scrivi che devi solo 1.900 litri. “Poi disse ad un altro: E tu, quanto devi? Quello rispose: 275 quintali di grano”. Scrivi che devi 220 quintali di grano”. Queste cifre ci danno l’idea di come notevoli erano i debiti contratti. Agendo in questo modo quel fattore si era guadagnato l’amicizia di entrambi e poteva così contare di essere ricevuto in casa loro. Del poco tempo che gli era rimasto, quel fattore aveva saputo trarne buon profitto, ma restava un servo disonesto. Queste erano le cinque caratteristiche di questo servo infedele. La parabola va avanti, citando uno strano elogio.

UNO STRANO ELOGIO

Il padrone di questo fattore infedele e disonesto, lo elogia: “E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza” (Luca 16:8).
Com’è possibile elogiare un tale servo? La Bibbia condanna il furto, basti pensare che nel decalogo è scritto: “Non rubare”. Addirittura era previsto che chi avesse rubato, restituisse cinque volte tanto: “Il Signore parlò a Mosè e disse: “Quando uno peccherà e commetterà un’infedeltà verso il Signore, negando al suo prossimo un deposito da lui ricevuto, o un pegno messo nelle sue mani, o una cosa che ha rubato o estorto con frode al prossimo, o una cosa smarrita che ha trovata, e mentendo a questo proposito e giurando il falso circa una delle cose nelle quali l’uomo può peccare, quando avrà così peccato e si sarà reso colpevole, restituirà la cosa rubata o estorta con frode, o il deposito che gli era stato affidato, o l’oggetto smarrito che ha trovato, o qualunque cosa circa la quale abbia giurato il falso. Farà la restituzione per intero e vi aggiungerà un quinto in più, consegnando ciò al proprietario il giorno stesso in cui offrirà il suo sacrificio per la colpa” (Levitico 6:1-5).
La stessa cosa, ricorderete, caratterizzò la vita di Zaccheo che si disse pronto e disposto a restituire cinque volte quello che aveva rubato. Com’è possibile ricevere dunque un elogio? Questa parabola è stata da taluni travisata nel suo pensiero, che vi hanno letto la compiacenza di Gesù verso la disonestà e la frode. È importante a tal proposito distinguere tra esempio, che presenta dei modelli da imitare, e parabola, che mira ad illustrare un insegnamento. La parabola non è esempio di moralità, ma lo è la Scrittura, per cui l’agire di questo amministratore infedele non costituisce termine di confronto. Con questa parabola il Signore Gesù non elogia la disonestà, ma l’accortezza e la rapidità della decisione. Il fattore infedele è lodato solo per la sua avvedutezza e non per la sua disonestà. Visionando i registri contabili, il padrone si è reso conto non solo dell’irregolarità, ma anche dell’ultimo imbroglio. Se prima l’amministratore aveva dissipati i beni, ora li ha rubati deliberatamente ed il padrone non ne è certo contento. Quel fattore ha truffato palesemente il suo signore ed ha messo a suo carico il proprio futuro sostentamento. È questa un’infedeltà ancora più grave di cui si è reso colpevole. Certamente quell’amministratore è licenziato, non avrà più il suo lavoro, ma nel mandarlo via il suo padrone ne riconosce l’accortezza, l’avvedutezza, la previdenza. Egli non può fare a meno di ammirare l’audacia e la risolutezza del suo fattore disonesto, capace di giocarsi il tutto per tutto per garantirsi il futuro.

UNA LEZIONE PER NOI

La parabola non ci dice se il piano dell’amministratore abbia avuto il risultato sperato. Infatti, essa non mira ad evidenziare l’infedeltà del fattore, ma solo il suo gesto, proprio di un uomo senza scrupoli. Questi, dopo avere abusato dei beni, ora inganna il suo padrone con un ultimo raggiro. È un gesto che gli salva la vita. Un gesto da comprendere e non da giustificare. Con rapidità egli esamina le possibili soluzioni e con una decisione scaltra ed efficace si prepara il futuro. Quell’amministratore infedele ha afferrato a volo l’unica via di scampo. Quel fattore aveva agito usando quanto aveva nelle mani, guardando al futuro prima che sarebbe stato troppo tardi. La lezione per la nostra vita, la traiamo dalle stesse parole di Gesù: “E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce” (Luca 16:8).
Io credo che questo sia il cuore della parabola stessa: “I figli delle tenebre, sono più avveduti dei figli della luce”. Vale a dire che i figli delle tenebre, non si fanno sfuggire l’occasione per raggiungere in ogni modo e maniera, talvolta anche disonesta, come questo fattore, i loro obiettivi. I figli delle tenebre si preoccupano del loro presente e del loro futuro, come fece il fattore infedele. Molto spesso i figli delle tenebre, sono coscienti del poco tempo che è loro rimasto e giocano tutte le carte a loro disposizione. Il mondo ammira la loro scaltrezza. Un esempio nella Bibbia è Absalom: “Dopo queste cose, Absalom si procurò un cocchio, dei cavalli, e cinquanta uomini che correvano davanti a lui. Absalom si alzava la mattina presto e si metteva da un lato della via che conduceva alle porte della città; quando qualcuno aveva un processo e si recava dal re per chiedere giustizia, Absalom lo chiamava e gli chiedeva: “Di quale città sei?” L’altro gli rispondeva: “Il tuo servo è di tale e tale tribù d’Israele”. Allora Absalom gli diceva: “Vedi, la tua causa è buona e giusta, ma non c’è chi sia delegato dal re per sentirti”. Poi Absalom aggiungeva: “Oh, se facessero me giudice del paese! Chiunque avesse un litigio o reclamo verrebbe da me e io gli farei giustizia”. Quando uno gli si avvicinava per prostrarsi davanti a lui, egli gli porgeva la mano, l’abbracciava e lo baciava. Absalom faceva così con tutti gli Israeliti che venivano dal re per chiedere giustizia; in questo modo Absalom conquistò il cuore della gente d’Israele” (2Samuele 15:1-6).
Absalom giocò le sue carte, fu molto più avveduto del re Davide e gli tolse il trono con un golpe. I figli di questo secolo hanno una tale determinazione ed avvedutezza, che manca nei “figli della luce” quanto agli aspetti della vita spirituale. Insomma essi dimostrano più accortezza nella ricerca dei beni mondani, di quanto non ne hanno i credenti nella ricerca di quelli spirituali. I “figli della luce” spesso manifestano indolenza nel perseguire i beni spirituali, mentre i “figli di questo secolo” dimostrano diligenza quanto ai loro interessi materiali. Non è quindi assolutamente vero che i non credenti sono più accorti dei credenti, ma a volte i primi agiscono con tale accortezza, impegno e rapidità, che non hanno gli altri nella loro relazione spirituale. Molto spesso siamo lenti ad uniformarci alla verità di Dio e a realizzare le promesse di Dio. Come sono vere le parole di Gesù: “Dai giorni di Giovanni il battista fino a ora, il regno dei cieli è preso a forza e i violenti se ne impadroniscono” (Matteo 11:12).
I credenti devono essere decisi nel campo spirituale, quanto lo sono i “figli di questo secolo”. Anche nei nostri rapporti fraterni, dobbiamo essere coalizzati nel bene come lo furono nel male, il fattore con i debitori. Infine, come i figli di questo secolo si preoccupano del loro futuro, allo stesso modo dobbiamo preoccuparci ed adoperarci per la nostra eternità. La parabola della mina, ci ricorda di quanto dobbiamo essere operosi in attesa del ritorno del nostro padrone: “Quando egli fu tornato, dopo aver ricevuto l’investitura del regno, fece venire quei servi ai quali aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ognuno avesse guadagnato mettendolo a frutto. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua mina ne ha fruttate altre dieci”. Il re gli disse: “Va bene, servo buono; poiché sei stato fedele nelle minime cose, abbi potere su dieci città”. Poi venne il secondo, dicendo: “La tua mina, Signore, ha fruttato cinque mine”. Egli disse anche a questo: “E tu sii a capo di cinque città”. Poi ne venne un altro che disse: “Signore, ecco la tua mina che ho tenuta nascosta in un fazzoletto, perché ho avuto paura di te che sei uomo duro; tu prendi quello che non hai depositato, e mieti quello che non hai seminato”. Il re gli disse: “Dalle tue parole ti giudicherò, servo malvagio! Tu sapevi che io sono un uomo duro, che prendo quello che non ho depositato e mieto quello che non ho seminato; perché non hai messo il mio denaro in banca, e io, al mio ritorno, lo avrei riscosso con l’interesse?” Poi disse a coloro che erano presenti: “Toglietegli la mina e datela a colui che ha dieci mine”. Essi gli dissero: “Signore, egli ha dieci mine!” “Io vi dico che a chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Luca 19:15-26).
Se ci guardiamo attorno, scopriamo uomini, anche membri di strane sette, “darci esempio” di diligenza, buon senso, zelo ed avvedutezza. Come abbiamo detto in precedenza, la parabola termina con un invito alla fedeltà, preceduto da un altro invito che Gesù fa ai discepoli ed anche a noi: “E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne” (Luca 16:9).
Cerchiamo di spiegare questo versetto ritornando al comportamento del fattore infedele. Egli aveva delle ricchezze che non erano sue, allo stesso modo il credente ha ricevuto da Dio per grazia delle ricchezze spirituali. Il fattore infedele, in quanto tale, non ne fece un buon uso, anzi con queste corruppe i debitori facendoseli amici. A differenza del fattore infedele che lo fece disonestamente, prendendo quello che non era suo per beneficiare i suoi amici, i credenti lo possono fare onestamente e liberamente dato che il Signore ha dato loro ricchezze e dignità non per fare tesoro a se stessi, ma per spenderli a beneficio degli altri e per guadagnare i loro cuori a Cristo: “L’orecchio che mi udiva mi diceva beato; l’occhio che mi vedeva mi rendeva testimonianza, perché salvavo il misero che gridava aiuto e l’orfano che non aveva chi lo soccorresse. Scendeva su di me la benedizione di chi stava per perire, facevo esultare il cuore della vedova. La giustizia era il mio vestito e io il suo; la rettitudine era come il mio mantello e il mio turbante. Ero l’occhio del cieco, il piede dello zoppo; ero il padre dei poveri, studiavo a fondo la causa dello sconosciuto” (Giobbe 29:11-16).
Dio ci ha dato dei beni che non meritiamo (ricchezze ingiuste): mettiamoli a disposizione dei nostri amici, affinché quello che semiamo nei loro cuori possa produrre in loro la salvezza ed un giorno poterli ritrovarli nel cielo.

CONCLUSIONE
Quante volte la Bibbia, attraverso esempi negativi, ci fornisce delle basilari lezioni spirituali. Soffermando la nostra attenzione sul fattore infedele, abbiamo imparato quanto è importante amministrare i beni che abbiamo ricevuto dal Signore in modo oculato. Non dobbiamo essere oziosi, superficiali e negligenti, ma impegnati pienamente per l’opera di Dio: “Tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze; poiché nel soggiorno dei morti dove vai, non c’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza” (Ecclesiaste 9:10).
Se amiamo veramente il Signore dobbiamo impegnarci a fondo per portare frutto alla Sua gloria e fare del bene a quanti oggi sono ancora debitori: “Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il dono che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri” (1Pietro 4:10).

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