Figlio e successore di Omri fondatore dell’omonima Dinastia (Omri, Achab, Achazia e Joram), salì sul trono del regno d’Israele o Regno del Nord, nell’874 a.C. regnò ventidue anni. Un triste primato lo caratterizza, “…fece ciò che è male agli occhi dell’Eterno più di tutti quelli che l’avevano preceduto”. Come ulteriore elemento di sviamento, è considerato il suo matrimonio con la principessa fenicia Izebel: “Come se fosse stato per lui poca cosa abbandonarsi ai peccati di Geroboamo, figliuolo di Nebat, prese in moglie Izebel, figliuola di Etbaal, re dei Sidoni…” (1Re 16:31). Izebel, influenzerà decisamente la sua vita.

ACAB E CHIEL: Edificatori disubbidienti
(1Re 16:29-34)

Acab, fu un adoratore di Baal, “…il dio della fertilità del nor ovest semitico…I sacerdoti e i profeti di Baal erano assassini ufficiali di bambini…” (Comm. Biblico Ill. Ed. ADI-Media pg.168, 169), ad esso edificò un tempio a Samaria erigendovi il relativo altare (1Re 16:32), ed ancora aggiunse l’idolo della dea Astarte, “..ossia un palo di legno simbolo della dea della fecondità cananea Ashera…” (Comm.Bibl. Ill. pg.168). Non c’è dunque, da stupirsi se al suo tempo, un certo Chiel di Bethel, sfidando la Parola di Dio, riedificò la città di Gerico che, dai tempi di Giosuè, più di 500 anni prima, era stata votata alla distruzione ed era stata assoggetta al giudizio anche la sua ricostruzione; la Parola di Dio non cade a vuoto, il giudizio pronunciato dall’Eterno per mezzo di Giosuè, venne su Chiel (Giosuè 6:26, 1Re 16:34). Il sentimento del salmista, era: “Ho conservato la Tua Parola nel mio cuore per non peccare contro di Te” (Salmo 119:11). Questo cammino di disubbidienza e sviamento, portarono il giudizio divino, che in primo luogo, si manifestò con la siccità annunciata per mezzo del profeta Elia, che conosciamo a cominciare da questa circostanza. Dio fa annunziare che non ci sarebbe stata nè rugiada nè pioggia, e, mentre in Israele, compresa la capitale, Samaria, avrebbero sofferta la carestia, Dio stesso avrebbe provveduto alle necessità del profeta (1Re 17). Dopo circa tre anni, Dio comandò ad Elia di presentarsi ad Acab: “Va’, presentati ad acab, e Io manderò la pioggia sul paese” (1Re 18:1) da questo “incontro” nacque quello con profeti di Baal. L’incontro si risolse con la completa vittoria su Baal e i suoi profeti (1Re 18).

IZEBEL: Consulenza nefasta
(1Re 19:1,2)

La disfatta dei profeti di Baal, umiliò anche Acab; tanto che, le parole di incoraggiamento di Elia, e la buona notizia, da lui datagli, che finalmente sarebbe arrivata la pioggia: “Risali, mangia e bevi, poich’è già s’ode rumor di gran pioggia” (1Re 18:41) non destarono alcuna gioia o interesse nè in Acab, tanto meno in Izebel la mecenate dei falsi profeti, e persecutrice di quelli veri (1Re 18:4,13,19; 19:1,2).
Quando Acab tornò a casa, “…raccontò ad Izebel tutto quello che Elia aveva fatto, e come aveva ucciso di spada tutti i profeti” (1Re 19 :1); e le parole di incoraggiamento? E la buona notizia della pioggia, dov’erano andate a finire?
Il re e la sua consorte, appartengono a coloro a cui non interessano la Parola di Dio e le sue benedizioni, ma vogliono camminare nell’errore fino in fondo. In loro, la Parola di Dio scompare, ma rimangono chiari i loro scopi e i loro intenti. Come il ricco stolto e il fattore infedele di cui Gesù ci parla in due delle Sue parabole, hanno le idee chiare, il ricco stolto che non rubava agli uomini, ma a Dio davanti al “problema” del raccolto abbondante trovò subito la soluzione: “Che farò?… Questo farò” (Luca 12:17,18), anche il fattore infedele, che rubava agli uomini e disubbidiva quindi ai comandamenti di Dio, esclamava “…che farò…?” ma subito trovò la soluzione: “So bene quel che farò…” (Luca 16: 3,4).
Così Izebel ha già pronta la soluzione, le sue competenze in materia, fanno di lei un’ esperta in grado di esprimere immediatamente il suo consiglio e il suo suggerimento; anzi ha già fatto partire il messo con la minaccia per Elia, già famoso ricercato (1Re 18:10), di morte entro ventiquattrore.
Anche nel caso dell'”acquisizione” della vigna di Nabot, sarà lei a trovare l’iniqua soluzione (1Re 21:7-16) e a consegnargliela su un piatto d’argento macchiato di sangue.
“Le Tue testimonianze sono la mia gioia esse sono i miei consiglieri” (Salmo 119:24)

ACAB: Vittorie sciupate
(1Re 20: 1-34)

Dopo gli avvenimenti sul monte Carmel, Acab, viene attaccao da Ben-Adad, re della Siria, che in forze era salito contro la città di Samaria, capitale del regno d’Israele. La cinse d’ assedio, attaccandola e mandando minacciosi messaggi. Acab in questo frangente, riceve ancora aiuto da Dio.
Contro questo re, consegue due vittorie. Gode del buon consiglio degli anziani seguendolo prudentemente anche a rischio della rappresaglia di Ben-Adad (1Re 20:7-9), riceve aiuto da Dio che, attraverso un profeta, gli rivela la sconfitta del nemico. A questo profeta, Acab fa delle domande sul come agire ricevendo indicazioni che seguirà alla lettera conseguendo una strepitosa vittoria (1Re 20:13-14). Anche dopo la battaglia, riceverà incoraggiamento dallo stesso profeta, nonchè l’avviso dell’ attacco successivo: “Allora il profeta si avvicinò al re d’Israele, e gli disse: “Va, rinforzati; considera bene quel che dovrai fare; perchè di qui ad un anno, il re di Siria marcerà contro di te” (1Re 20:22).
Tutte le leve per conseguire la vittoria sono davanti a lui, l’aiuto divino in primo luogo. Inoltre Ben-Adad e la coalizione al suo seguito, costituiscono un nemico pericoloso, ma anche piuttosto grossolano; in un momento di guerra, li troviamo continuamente nelle tende ad ubriacarsi (1Re 20:12,16), certo non è questo che ha aiutato una vittoria stabilita da Dio. È inoltre un nemico ignorante delle realtà spirituali. Dopo la prima sconfitta, la spiegazione “teologica” data dai suoi consiglieri e da lui accettata, fu che: “Gli dèi d’Israele son dèi di montagna; per questo ci hanno vinti; ma diamo la battaglia in pianura, e li vinceremo di certo…Egli accettò il loro consiglio e fece così” (1Re 20:23,25). Questo tipo di nemico, forse ci ricorda il mondo, inteso, non in senso geografico, bensì come entità spirituale, anch’esso come Ben-Adad re di Siria, ricco, potente, numeroso, che accoglie ampi consensi, ma affossato nel peccato più grossolano, ignorante delle realtà spirituali, su cui pure si pronuncia, e destinato alla sconfitta!
La Parola di Dio dichiara che i Suoi figli hanno vittoria sul mondo: “Poichè tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede” (1Giov. 5:4), hanno vittoria sul diavolo sconfitto alla croce: “…affinchè mediante la morte, distruggesse colui che aveva l’impero della morte, cioè il Diavolo” (Ebrei 2:14) e, prima che sia definitivamente giudicato e condannato (Ap. 20:10), può essere sconfitto in ogni suo attacco quotidiano: “Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno a guisa di leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede…” (1Pietro 5:8) e Giacomo scrive: “Sottomettetevi dunque a Dio; ma resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi” (4:7). Essere sconfitti da un nemico così, non significherebbe avere un livello inferiore al suo?
L’unica vittoria che il nemico spirituale, può conseguire, è quella che gli viene consentita da una crepa che gli permatta di passare, non a caso l’apostolo Paolo scrive: “Non fate posto al diavolo” (Efesi 4:27).
Proprio questo fu il caso di Acab, aveva sconfitto Ben-Adad, ma quando doveva concludere la sua vittoria torna indietro considerando il nemico come fratello : “È ancora vivo, egli è mio fratello” esclamò Acab (1Re 20:32); le vittorie che aveva conseguito alla fine egli stesso le trasformerà in sconfitte; scambierà le patologie credendole fisiologie e le fisiologie le trasforma in patologie. Chiamerà il male bene e il bene male (Isaia 5:20). “Badate a voi stessi affinchè non perdiate il frutto delle opere compiute, ma riceviate piena ricompensa” (2Giov. 1:9)

ACAB: Stati d’animo inquieti
(1Re 20:35-43; 21:1-4)

Certo all’orizzonte delle vie battute da Achab, non c’era serenità in vista. Difatti nel prosieguo del racconto, sembra che lo stato d’animo di Acab, vada sempre più inquietandosi, ogni volta che viene in contatto con la Parola di Dio, o con uomini fedeli ad essa.
S’inquieta negli incontri con: “Uno dei figliuoli dei profeti” (1Re 20:35), Nabot, Elia, considerato apertamente un nemico (1Re 21:20), Micaia; così come, di contro, trova sprazzi di buon umore, purtroppo, solo quando viene a contatto con il nemico. In almeno due occasioni troviamo un Acab “triste e irritato”.
A Samaria. La prima volta fu come reazione alla riprensione divina per aver fraternizzato con Ben-Adad. Dio lo riprese per mezzo di “uno dei figli dei profeti” che lo aspetta sulla via di ritorno verso Samaria, e con il metodo di esporre un caso esemplare sottoponendolo al giudizio del colpevole stesso, gli fa pronunciare con le proprie labbra la gravità dell’azione commessa e il giudizio che merita. Trovandosi totalmente scoperto, l’animo di Acab si altera, così torna alla sua residenza di Samaria “triste e irritato”. La Parola di Dio ci premunisce: “Non sapete voi che l’amicizia del mondo è inimicizia contro Dio Chi è amico del mondo è nemico di Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio” (Giac. 4:4). Acab, con gli avvenimenti sul Carmel, non aveva, perso l’appetito (1Re 18:42), ma lo comincerà a perdere da qui a poco.
A Izreel. Izreel, era una delle città principali d’Israele, e una delle residenze di Acab. Il suo palazzo era vicino ad una vigna appartenente ad un fedele osservante della Parola di Dio: Nabot. Qui si verifica la seconda occasione in cui vediamo Acab in quelle medesime condizioni. La causa scatenante, è il diniego di Nabot, che in armonia con quanto prescriveva la Legge di Mosè, rifiuta di scambiare o vendere la propria vigna, che rappresentava l’eredità dei suoi padri (1Re 21). Sebbene le offerte di Acab, sono materialmente vantaggiose, Nabot preferisce rimanere saldo nell’ubbidienza alla Parola di Dio.
Acab, torna a casa “triste ed irritato” ma in un qualche modo sembra innocuo, soccombe contro voglia alla fermezza di Nabot. A casa “si gettò sul suo letto, voltò la faccia verso il muro e non prese cibo” il consiglio, per approppriarsi, con un’azione malsana, di quella vigna, viene sempre dalla sua musa istigatrice (1Re21:25) verso l’infedeltà e la morte:Izebel.
Nei momenti in cui lo stato d’animo del re, era alterato dalla disapprovazione divina e dal rifiuto, avrebbe avuto bisogno di qualcuno che lo portasse a ragionare. Forse, saggiamente consigliato, Acab avrebbe corretto, almeno per singole occasioni, la sua condotta; era già successo che aveva seguito in un primo tempo il consiglio degli anziani (1Re 20:8-9), e si umiliò dopo la riprensione di Elia (1Re 21:27-29). Ma Izebel non ha questi ideali, lei vuole risollevare l’animo del marito, ma con metodi e mezzi estranei alla volontà di Dio: “Allora Izebel, sua moglie venne la lui e gli disse: “Perchè hai lo spirito così contristato e non mangi?…perchè ho parlato a Nabot d’Izreel…ed egli m’ha risposto:- io non ti darò la mia vigna! E Izebel, sua moglie, gli disse: Sei tu, si o no, che eserciti la sovranità sopra Israele? Alzati, prendi cibo, e sta’ di buon animo; la vigna di Nabot d’Izreel te la farò aver io” (1Re 21: 5-7)

IZEBEL: Macchina diabolica
NABOT: Vittorioso nella fede
(1Re 21:7-15)

“…Sei tu, si o no, che eserciti la sovranità in Israele?” La risposta affermativa era implicita nella domanda di Izebel, però lo svolgimento dei fatti dà una diversa impressione. Certo Acab, come re era l’autorità più alta, ma sembra chiaro che nel ruolo familiare, la mente attiva e il braccio forte sono quelli di Izebel. Infatti lei si dà subito da fare e organizza come far morure legalmente Nabot (vv. 8-10). Innesca subito una malefica macchina che si mette in moto e raggiunge lo scopo in una maniera molto spicciola e spedita. Davide peccatore, aveva faticato di più per far morre Uria; la vicenda è di bassa lega e non può richiamarsi che a vicende anch’esse non elevate. Al confronto di Izebel, Davide è un dilettante; per raggiungere lo scopo egli ha a disposizione una battaglia, perciò è facilissimo dal punto di vista “tecnico” arrivare allo scopo, ma Izebel riesce a fare uccidere un innocente attraverso una attività assolutamente pacifica come il bando di un digiuno. Le sue sono una tecniche palesemente occulte (1Re 9:22). Riesce a utilizzare le cose spirituali piegandoli ai propri scopi; come il Diavolo che pure quando dice la verità è solo ai fini di un inganno. Senza dubbio il Diavolo è, e rimane, il padre della menzogna, ma le sue arti sono fini e subdoli.
Per raggiungere i suoi scopi, può utilizzare solo la menzogna come quando accusava Giobbe davanti a Dio, può mischiare verità e menzogna come quando tentò Adamo ed Eva, (Gen. 3) o può ancora diRe cose totalmente vere. Non erano vere le affermazioni dello spirito indovino che possedeva quella giovane a Filippi? (Atti 16:16-18) Di certo però, l’intento dello spirito indovino, non era quello di rendere un servizio alla verità dell’Evangelo ma solo quello di accreditare se stesso davanti alle persone al fine, poi, di ingannarle meglio e di più.
Tolto l’ostacolo, Izebel può portatre la “buona” nuova ad Acab, che sembra ancora rannicchiato nel suo disappunto: “Levati, prendi possesso della vigna di Naboth…; giacchè Nabot non vive più, è morto” (1Re 21:15).

L’INTERVENTO DI DIO
1Re 21:16-29

Chi riceve la notizia, è un Acab che sembra ancora, avvizzito e rannicchiato, questa novità è per lui l’acqua che lo fa rinvenire e gli fa riavere il suo colorito, forse, già in normali condizioni, pallido e smorticcio. Terribilmente, questa notizia, invece di suscitare in lui il turbamento, lo fa cessare. Lo fa riavere, da quella terribile esperienza vissuta. Riprende le forze e la lena per avviarsi con animo leggero: “E… Acab… si levò per scendere alla vigna di Nabot d’Izreel, e prenderne possesso” (1Re 21:16). Acab e Izebel sono arrivati allo scopo, ma anche al capolinea.
Giudizio. A questo punto scatta l’intervento di Dio. Si era illusa la iniqua coppia che Dio non si interessasse alla loro condotta reproba e sanguinaria. Acab, giunge alla vigna di Nabot, ma scopre che non è assolutamente una vigna abbandonata. A guardiano della vigna non c’era più il giusto e indifeso Nabot, ma: “…Colui che protegge Israele…” (Salmo 121:4) che manda un suo servo, il profeta Elia, per trasmettergli questo messaggio di giudizio per la sua vita: “Così dice l’Eterno: dopo aver commesso un omicidio, vieni a prendere possesso! E gli dirai: “Così dice l’Eterno: Nello stesso luogo dove i cani hanno leccato il sangue di Nabot, i cani leccheranno pure il tuo proprio sangue” (1Re 21:19). Dove, Acab, voleva raccogliera la vittoria raccolse il giudizio.
Umiliazione. Acab si umiliò, dopo la riprensione divina, ma per quanto ciò deponga a suo favore, è soltanto uno sprazzo di luce in un mondo di tenebre.
Premio. Nondimeno la sua sincera umiliazione, gli fruttò un riconoscimento Divino. Dio non sarà mai debitore con nessuno in tutti i sensi. Il suo premio fu che non avrebbe visto la sciagura della sua casa durante la propria vita. Per chi è sprofondato negli abissi del male, essere elevato a livello zero, non è un premio indifferente. Anche Abiathar, al tempo si Salomone, meritava la morte, ma per il fatto che aveva portato l’Arca del Signore ai tempi di Davide, gli fu risparmiata la vita (1Re 2:26-27). Qualunque servizio rendiamo a Dio e qualunque buon sentimento lo onori, saranno premiati da Lui.
L’intervento di Dio è certo. Anche se non sappiamo quando Dio interverrà, il Suo levarsi è certo come l’aurora! La Parola di Dio ci fa molte promesse in proposito: “Confidati nell’Eterno con tutto il tuo cuore, e non t’appoggiare sul tuo discernimento. RiconosciLo in tutte le tue vie, ed Egli appianerà i tuoi sentieri” (Prov. 3:5,6); “Rimetti la tua sorte nell’Eterno; confida in Lui, ed Egli opererà” (Salmo 37:5) Per quanto Nabot, non vide l’inrtervento di Dio, sembrerà strano, ma possiamo dire che questo è secondario; è primario il fatto che egli sia rimasto fedele fino alla morte; non ha perso la salvezza e il premio divini.
Perciò egli, non è uno sconfitto, ma un vittorioso. Gli amici di Daniele, sapevano che Dio era potente per liberarli, ma aggiunsero: “Se no, sappi o re, che noi non serviremo i tuoi dei” (Dan. 3:18). Lo scittore dell’epistola Ebrei parla di uomini e donne di fede aggiungendo coloro che: “… furon lapidati, furon segati, furono uccisi di spada; …maltrattati di loro il mondo non era degno)…” (Ebrei 11:37-38)

LA PACE DI ACAB: Assenza di guerra
(1Re 22:1-3; II Cron. 18:1-3)

Tempo dopo il misfatto nei confronti di Nabot, troviamo, un Acab molto più sereno. Sono passati tre anni senza guerre. Riceve visita da Giosafat, re di Giuda, per il quale ha tempo di preparare un’ accoglienza, forse un pò agreste, ma condita di tutto, anche di trama con finale a sorpresa. La sua mente è molto più sgombra e serena; può programmare conquiste: “Or il re d’Israele aveva detto ai suoi servi: Non sapete voi che Ramoth di Galaad è nostra, e noi ce ne stiamo lì tranquilli senza levarla di mano al re di Siria?”, e, anche, architettare i suoi inganni.
L’inganno, presto si rivelerà. D’altronde, la serenità, o forse meglio l’assenza di guerra e di sciagure di cui gode, non sono il frutto di una sua cresciuta maturità e saggezza, ma sono unicamente il risultato della promessa che Dio aveva fatto: “…Poich’egli si è umiliato dinanzi a me, io non farò venire la sciagura mentr’egli sarà vivo…” (1Re 21:29), ma nel suo cuore l’inganno e l’astuzia sono sempre di casa.

ACAB E MICAIA:
Una drammatica consultazione
(1Re 22: 10-28; II Cron. 18: 9-27)

A questo punto, la Parola di Dio ci descrive i fatti che avvengono, evidenziando nuovi particolari; abbiamo due re presenti, ognuno seduto sul suo trono indossando il proprio abito reale. È un’ immagine da cartolina patinata, così come gli uomini sono bravi a organizzarle, dove però la Parola di Dio è scomoda, crea disagio e perciò viene ridicolizzata, offesa e combattuta. La coreografia, per Acab, come per chi ha secondi fini da raggiungere, è un elemento primario. Abbiamo, il falso profeta Sedechia, primo attore, del colossal prodotto e diretto da Acab, il quale vuole ridurre il vero profeta Micaia a una mera comparsa. Anche il messo che andò a chiamare il profeta, gli propose il copione preparato per recitarlo insieme agli altri: “Or il messo ch’era andato a chiamar Micaia, gli parlò così: “Ecco, i profeti tutti, ad una voce, predicono del bene al re; ti prego, sia il tuo parlare come quello d’ognun d’essi, e predici del bene!” (1Re 22:13).
Micaia, non si presta a questo gioco: “Ma Micaia rispose: “Com’è vero che l’Eterno vive, io dirò quel che l’Eterno mi dirà” (1Re 22:14)
Giunto davanti al re, non ci sono preamboli, non c’è accoglienza faraonica, la domanda è immediata e diretta: “Micaia, dobbiamo noi andare a far guerra a Ramoth di Galaad, o no?” la risposta è ironica, il re si sente ridicolizzato, svanisce, dal suo volto, l’aria di sufficienza di prima per lasciare spazio alla collera: “Quante volte dovrò io scongiurarti di non dirmi se non la verità nel nome dell’Eterno?” (1Re 22:16). Anche se non è chiaro il perchè la volesse conoscere!
Micaia affonda il fendente, la spada dello Spirito, la Parola di Dio che è più affilata di qualunque spada a due tagli e penetra alla divisione dell’anima e dello spirito e giudica i sentimenti e i pensieri del cuore (Ef. 6:17;Ebrei 4:12).
La rivelazione ricevuta dal profeta è ampia, ed egli la espone davanti a tutti. Vede Israele disperso sui monti come pecore senza pastore, vede l’Eterno che sedeva sul Trono, non come quello di Achab, ma quello che non potrà mai essere smosso. L’esercito celeste sta attorno a quel trono, e, il profeta, ode le parole con cui Dio ha giudicato Acab: “Il Signore disse:- chi ingannerà Acab, affinchè vada contro Ramot di Galaad e vi perisca?” – Ci fu chi rispose in un modo e chi in un altro. Allora si fece avanti uno spirito, il quale si presentò davanti al Signore, e disse:- lo ingannerò io. – Il Signore gli disse :e come?- Quegli rispose: “Io uscirò, e sarò spirito di menzogna in bocca a tutti i suoi profeti”. Il Signore gli disse: “Si, riuscirai a ingannarlo, esci e fà così”. (1Re 22:20-22) e infine gli disse chiaramente”…il Signore ha pronunziato del male contro di te” (1Re 22:23); la rivelazione era chiara, ora tutti sapevano la verità.
La risposta di cui Micaia fu ritenuto degno, fu un sonoro sciaffo dal falso profeta Sedechia, che reclama, ancora, la sua autenticità, raccogliendo, nella sua ostinatezza a prendere le parti del male e ad ostacolare Dio, la sola pianta che cresce nel deserto della falsità, il giudizio (1Re22:24-25).
Micaia, merita più che uno schiaffo, così gli viene provveduto anche un soggiorno a spese del regno, in carcere con regime duro: “Prendi Micaia, portalo da Ammon…e da Ioas,…e dì loro…Rinchiudete costui in prigione, mettetelo a pane e acqua, finch’io torni sano e salvo” (1Re 22:26,27). Il profeta perde la libertà, ogni parola del re è una catena: “Prendi, portalo, rinchiudete costui, mettelo in prigione”. Micaia viene maltrattato, ma dopo essere stato portavoce di Dio, nell’arena davanti al re e ai suoi quattrocento falsi profeti, la prigione è quasi un riposo, e la pena, sebbene dura, ridicolizza solo chi la infligge.
Comunque Acab, rimane dello stesso parere di prima, il messaggio di Micaia non gli ha fatto cambiare idea, rimane nella sua arroganza e presunzione, anzi, ora sappiamo che egli è anche sicuro di tornare, e quindi, avrebbe pareggiato i conti con il profeta. “Mettete costui in prigione… finch’io ritorni sano e salvo”. Si pone al di sopra della Parola di Dio, si schiera contro di essa in maniera diretta e anch’egli camminando nel deserto dell’ostinatezza contro Dio raccoglie l’amaro frutto del giudizio: “Se tu torni sano e salvo non sarà l’Eterno quegli che ha parlato per bocca mia….” fu la risposta del profeta prigioniero (2Cron. 18:27). Acab Imparò che: “È cosa spaventevole cadere nelle mani dell’Iddio vivente” (Ebrei 10:31).

BEN-HADAD: Il nemico di sempre
(1Re 22:31; 2Re 6:24-25)

Ben.-Hadad, rimase sempre un nemico. Ad Acab risparmiargli la vita, forse gli sembrò un’abile mossa diplomatica da sfruttare in futuro. Difatti seguì un’alleanza tra i due contro l’Assiria, ma dalle fonti storiche, in quanto la Scrittura non riporta questo evento, apprendiamo che, in questa guerra, Acab ci rimise duemila carri e diecimila uomini. (Comm. Bibl. Ill. Ed. Adi-Media pg. 170). Allearsi con il nemico non conviene mai, anche quando sembra che se ne può trarre un profitto!
Ben-Hadad, da parte sua, non ha alcun sentimento di riconoscenza verso Acab; visto che gli era stata risparmiata la vita, doveva essere più che un’alleto, un amico. Ma le motivazioni di entrambi, nell’alleanza, erano solo utilitaristiche, e ognuno dei due sapeva che anche l’altro era stato animato dal medesimo sentimento. Ogni cosa costruita su queste fondamenta, è destinata a crollare miseramente.
Infatti le ostilità ricominciarono. Se Israele vuole Ramoth di Galaad, città ad Est del Giordano che ai tempi di Giosuè fu assegnata ai Leviti (Gios.21:38) divenuta Città di rifugio (Giosuè 20:8), deve conquistarsela. Poteva essere, da parte di Ben-Hadad, un gesto distensivo e di riconoscimento cedere amichevolmente, ad Israele, questa città che nel tempo era divenuta motivo di contesa tra i loro regni.
Al di là di ogni considerazione possibilista, constatiamo che Ben-Hadad, rimarrà il nemico di sempre. In almeno due occasioni si manifesterà attivamente e crudelmente la sua inimicizia.
La prima proprio contro Acab l’illustre, e incauto benefattore A lui, Ben-Adad neanche remotamente pensò di ricambialrgli la cortesia, anzi, diede istruzioni ai suoi ufficiali per raggiungere il fine contrario: “Il re di Siria (Ben-Adad) aveva dato quest’ordine ai trentadue capitani dei suoi carri:- non combattete contro nessuno, piccolo o grande, ma soltanto contro il re d’Israele”. (1Re 22:31).
Nella seconda occasione, Ben-Adad fu la triste eredità lasciata da Acab ad Israele. Al tempo di Ieoram, anch’egli figlio di Acab, succeduto sul trono fratello Achazia, il re siriano fu causa di atroci sofferenza per gli abitanti della capitale del regno. Solo l’intervento di Dio, rivelato per mezzo del profeta Eliseo, salvò la città dalle terribili morse dell’assedio e della carestia (2Re 6:24-7:20).
Il nemico delle anime nostre, non diventerà mai amico. Dalla mondanità e dalle cose terrene che contravvengono alla volontà di Dio non si ricaverà mai sano profitto e vero benessere.

TRAVESTIMENTO E MORTE
(1Re 22:29-40; 2Cronache 18:28-34)

La viltà. Acab parte esternando la sua prensunzione di ritornare sano e salvo. Perchè, allora, travestirsi e procurarsi anche uno scudo umano? Aveva, infatti, convinto Giosafat, non solo ad unirsi a lui nella guerra contro la Siria, ma ad andarci come lui voleva: “Il re d’Israele disse a Giosafat: “Io mi travestirò per andare in battaglia; ma tu mettiti i tuoi abiti regali’. E il re d’Israele si travestì e andò in battaglia” (1Re 22:30).
La volubilità. Non aveva disdegnanto, durante la consultazione dei suoi falsi profeti, tanto erano amici, e poi, del vero profeta Micaia, tanto era innocuo che poteva fare, di sedere sul trono, certamente in luogo preminente, e indossare gli abiti regali! (1Re 22:10) Acab, è presente ed in vista quando c’è da soddisfare la propria volubilità, ma si traveste quando deve affrontare la battaglia, il problema, che lui stesso ha provacato.
Tutto, fin’ora, procede come la sua mente aveva architettato. Ma mentre il re d’Israele, prendeva le sue precauzioni, procurandosi la controfigura, anche il re siriano lo pensava e dava disposizioni ai suoi ufficiali, di eleggerlo come bersaglio principale. Durante la battaglia, i siriani diedero una caccia spietata all’unico che indossasse i vistosi abiti regali, cioè Giosafat, scambiandolo per Acab. Solo, dopo l’intervento di Dio in aiuto di Giosafat, scoprirono che non trattandosi del loro bersaglio, lo lasciarano andare. Ora, visto che nessun’altro vestiva un abito da re, dove andare a cercare Acab? Un compito non facile da risolvere su due piedi nell’infuriare della battaglia, ma, un soldato siriano “…scoccò a caso la freccia del suo arco, e ferì il re d’Israele tra la corazza e le falde…”. “..Scoccò a caso….” è uno di quei “casi” solo per quanto riguarda le intenzioni umane, ma dietro il quale c’è la guida di Dio, o in benedizione o in giudizio.
Se Acab riesce ad ingannare l’ingenuo Giosafat, se può manipolare centinaia di falsi profeti, se può piegare la volontà dei suoi ufficiali, e persino prendersi gioco dei siriani, non può, però, beffarsi di Dio (1Re 22:34-38; Gal. 6:7).
La volontà. La Parola che prevalse. L’ultimo desiderio di Achab non potè essere esaudito, la battaglia, dove si era recato con tanta spavalderia, e con la presunzione di tornare sano e salvo (1Re 22:27), diventa per lui una trappola da dove non riesce ad uscire “…il re disse al suo cocchiere: “Volta, portami fuori dal campo, perchè son ferito”. Ma la battaglia fu così accanita quel giorno, che il re fu trattenuto sul suo carro in faccia ai Siri, e morì verso sera…” (1Re 22:34-35)
Immaginiamo l’ultima inquietudine di Acab, la sua tensione di uscire da quella mischia, i suoi occhi, le sue braccia protese verso una via di fuga sbarrata, anche se nessuno lo aveva riconosciuto. Quanta differenza con Stefano, il primo martire della fede, preso di mira volutamente, dai suoi lapidatori. Egli, non è travestito, non è su un carro, non ha il cocchiere al suo servizio, non cerca vie di fuga, non è pieno di rabbia e d’angoscia ma “…pieno dello Spirito Santo…” (Atti 7:55). Stefano alza gli occhi al cielo e trova più che una via aperta, trova i cieli aperti : “…fissati gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio” (Atti 7:55-56). Le parole di Acab non si adempirono, ma si adempì la Parola di Dio. (1Re21:21-24) Con la sua morte si compie il giudizio pronunciato su di lui (1Re21:19), e, ha inizio quello che si adempirà su Izebel (21:23), e su tutta la casa reale (v. 19b, 24).

Morte di Izebel (2Re 9:30-37). Izebel sopravviverà di diversi anni al marito. I re d’Israele successivi ad Acab furono i suoi due figli: Achazia che regnò solo due anni, e Ieoram, che regnò dodici anni. Poi fu unto, come re d’Israele, Ieu con cui iniziò una nuova dinastia. Questi, uccise sia Ieoram, il cui sangue scorse sul terreno di Nabot, (2Re 9:25) sia il re di Giuda Achazia, nipote di Acab in quanto figlio di Atalia figlia di Acab e Izebel. Quando Izebel seppe che Ieu era giunto a Izreel: “Si diede il belletto agli occhi, si acconciò la capigliatura, e si mise alla finestra a guardare.” (2Re 9:30). Se il marito si travestì, lei si “truccò”. Lui si nascose, lei si evidenziò. Due azioni tese ad ingannare, ma che non gli evitarono di raccogliere l’amaro frutto del seme che avevano seminato. Mentre Ieu entrava in città, lei già acconciata, non fuggì anzi, dalla finestra a cui si era affacciata attira la sua attenzione rivolgendogli la parola: “Porti pace, nuovo Zimri, uccisore del tuo signore? Ieu alzò gli occhi verso la finestra, e disse: “Chi è per me, chi E due o tre funzionari, affacciatisi volsero la sguardo verso di lui. Egli disse: “Buttatela giù!’. Quelli la buttarono; e il suo sangue schizzò contro il muro e contro i cavalli.” (2Re 9:32-33), anche per lei si adempì la Parola di Dio.
Atalia: ultima radice (2Re 11:1-16) Tutta la casa di Acab porterà il peso del giudizio divino, ancora per mano di Ieu (2Re 10:10-11,17). Rimase Atalia, figlia di Acab, la cui condotta, crudele e calcolatrice, era simile a quella della madre Izebel. Era andata in sposa a Ieoram figlio di Giosafat re di Giuda, ed era riuscita a influenzare negativamnete sia il regno del marito durato otto anni (2Re 8:16-24; 2Cron. 21), sia quello del figlio Acazia durato solo un anno (2Re 8:25-29; 2Cron. 22). Portando con sè un infausto retaggio, la sua presenza nel regno di Giuda, espose a rischio di estinzione la linea di successione davidica, se Dio non avesse vegliato su di essa. Alla morte del proprio figlio, per mano di Ieu, come altri che si contraddistinguono per l’infedeltà, Atalia sa subito casa fare: “Quando vide che suo figlio era morto, procedette a sterminare tutta la discendenza reale” (2 Re 11:1). Messo da parte il dolore, bisogna subito pensare al potere. Fu animata dalla stesso spirito del faraone d’Egitto che voleva distruggere l’intero popolo da cui doveva discendere il Messia (Esodo 1:22), Atalia voleva distruggere la linea di discendenza davidica, in futuro un certo Erode “…cercherà il fanciullino per farlo morire” (Matteo 1:13). Dardi diabolici che miseramente si infragono sulla Roccia dei secoli. Atalia in seguito alla morte di Achazia, uccide tutti i suoi nipoti, figli del defunto, tranne uno perchè sottratto alla sua furia sanguinaria, e usurpa il trono di Giuda per sei anni, dopodichè venne uccisa.(2Re 11:1-16). È la triste storia di una famiglia inabissatasi nell’infedeltà. Considerando le vittorie effettivamente riportate da Acab, e le opportunità avute, avrebbe potuto essere un re vittorioso: Invece fu un naufrago che non seppe tenersi ben stretto alla fune di salvezza che Dio, nella Sua misericordia, ripetutamente gli lanciò. Anche queste vicende come le altre scritte per l’addietro, sono scritte “…per nostro ammaestramento, affinchè mediante la pazienza e mediante la consolazione delle Scritture, noi riteniamo la speranza…noi che ci troviamo negli ultimi termini dei tempi”. (Rom.15:4; 1Cor.10:11).

ACAB E…GIOSAFAT

Siamo nell’873 a.C. quando Giodafat, succedendo al padre Asa, sale sul trono del regno di Giuda dal quale governerà per venticinque anni. È un uomo che ama il Signore e la Sua Parola come possiamo constatare in più di un’occasione, ha purtroppo, dei punti deboli che, di volta in volta, metteno in serio pericolo l’incolumità sua personale, della sua famiglia e perfino del regno.

PERSUASIBILITÀ
(1Re 221-4; II Cron. 18:1-3)
È uno dei suoi punti deboli. Farsi convincere e coinvolgere facilmente da persone dalle quali farebbe bene a prendere le distanze e non avere con loro nulla da condividere. Da Achab si fece trascinare in un’impresa pericolosa da cui solo Dio lo ha potuto liberare (2Cron. 18:31-32).
Giosafat, volendo fare un gesto di cortesia, si recò da Achab, compiendo un’avvicinamento pericoloso, ma questi, avendo un animo dove l’inganno e i cattivi sentimenti, sono di casa, sfruttò l’occasione per fare di Giosafat una pedina nelle sue mani.
Giosafat da parete sua, si scoprì davanti al pericolo, trascurando che ci sono sempre delle regole, stabilite dalla Parola di Dio, da osservare e che contravvenire ad esse significa oltre che ad essere disubbidiente, esporsi a grave pericolo.
Se la Parola di Dio insegna di non abbandonare la nostra comune adunanza, di non mettersi con chi non ha timore di Dio, di intendere bene qual’è la volonta di Dio, di cercare prima di tutto il Regno di Dio, lo dice per il nostro bene, per noi, sarà un beneficio rispettare queste verità.
Un’accoglienza interessata.
Achab, preparò un’accoglienza, per onorare il visitatore, che senza dubbio colpiva i sensi. Fece uccidere “…gran numero di pecore e di buoi….”; il fumo e il “buon odorino”, che si diffondevano nell’aria, sembra che ottundettero e intorpidirono la sensibilità spitituale di Giosafat.
La Parola di Dio ci esorta ad avere “…i sensi esercitati a discernere il bene dal male…” (Ebrei 5:14); facendo attenzione al fumo che il mondo vuole gettare ai nostri occhi e all’odore con il quale ci vuole inebriare per coprire la vera fine a cui porta il peccato: “Non siate disevveduti, ma intendete bene quale sia la volontà del Signore”.
Certo Achab sotto l’influenza di Izebel, sua moglie, doveva essere un esperto in arti seduttrici dell’errore” (Efesi 4:14). Ricordiamo che gli ingannatori “…circondano d’ammirazione le persone per motivi interessati…”.
Avere i sensi esercitati.
Quale migliore occasione di un momento spensierato per propinare i propri programmi. parlare di “affari”. Infatti nel corso di questa vistosa accoglienza, Achab indusse Giosafat a seguirlo in una impresa che non era nella volontà di Dio; Giosafat accetta subito, senza prendersi del tempo prima di decidere per consultare il Signore, o, consultare un profeta del Signore. Sul momento s’impegna in maniera totale: “Fa conto di me come di te stesso, della mia gente come della tua, e verremo con te alla guerra” (2Cron. 18:3).
Giosafat, ebbe il desiderio di consultare Dio, anche se dopo aver assunto l’impegno con Achab: “Ti prego consulta oggi la Parola dell’Eterno” (2Cron. 18:4) certo, non mancavano profeti ad Achab, ecco subito una pletora di falsi profeti, che, tutti unanimamente rispondevano all’interrogazione di Achab: “Va’, e Dio la darà nelle mani del re” (2Cron. 18:5).
Accondiscendenza reverenziale.
Dopo aver ascoltato i profeti di Achab, Giosafat avanza un’ ulteriore richiesta: “Non v’è qui alcun altro profeta dell’eterno da poter consultare?” (2Cron. 18: 6) ci sembra di vedere Achab che, corrugando la fronte, con aria di sufficienza risponde: “V’è ancora un uomo per mezzo del quale si potrebbe consultare l’Eterno; ma io l’odio perchè non mi predice mai nulla di buono, ma sempre del male: è Micaiah”. A questa risposta accompagnata dalla sua “spassionata” considerazione, Giosafat, immaginiamo, con un tono di voce morbido e garbato risponde: “Il re non dica così”; (2Cron 18:8) è evidente che questa, non è una risposta sufficiente a prendere le distanze dalle gravi affermazioni pronunciate poc’anzi da Achab; Giosafat sta accarezzando il male, lo corregge stando attento a non contraddirlo troppo. Non vuole toccare Achab sul vivo, e infatti, Achab, non si sente minimamente toccato dalle parole di Giosfat. Ancha dopo la drammatica consultazione in cui Micaia. profetizzò la verità, Acab non ascoltò. Però se non Achab, Giosafat avrebbe dovuto seriamente prendere in considerazione la parola del profeta, visto che aveva espressamnete richiesto la sua consultazione. Ora che ha conosciuto la verità, essa, condizionerà la sua scelta? lo farà ricredere sull’impegno preso e tornare indietro? Purtroppo Giosafat, non fu risoluto fino in fondo; pur conoscendo la verità ha bevuto dalla fonte sbagliata.
Giosafat pur conoscendo la verità, non tornò indietro. Non ebbe la forza di dire no al malvagio re d’Israele.
Giosafat, è una persona che nei suoi atti personali, si studia di essere corretta, non è un disubbidiente per ribellione, ma sotto l’influenza e la pressione anche velata di “soggetti pericolosi” rivela una debolezza nel suo carattere. Facilmente viene carpita la sua collaborazione e accondiscendenza.
Un uomo soggiogato.
Le idee di Achab, non si esauriscono, ecco il colpo di scena del suo copione, il travestimento. Che pensare di quest’altra iniziativa di Achab? Giosafat, segue senza battere ciglio questo “amichevole” suggerimento. Sembra che abbiamo davanti un Giosafat totalmente irretito e soggiocato dai modi di fare di Achab che, sul trono, indossa la bella veste reale, ma non in battaglia. Eccolo l’amico ospitale e generoso, l’accondiscendente a far venire Micaiah, è arrivato allo scopo.
Ecco dove portano le amicizie, disinteressate, generose e perfino inizialmente accondiscendenti alle cose spirituali, salvo spazzarle via con un pretesto; forse la colpa era di Micaiah che non era stato altrettanto accondiscendente come lo erano tutti quelli che in quel momento lo circondavano; se Micaia non s’accoda certo che la conclusione non poteva essere positiva.
Molti cercano scuse per non accettare la volontà di Dio, anche se la conoscono dettagliatamente, cecheranno e troveranno quelle più appropriate ed evidenti per giustificare la loro condotta e le loro scelte.
Altri amano stare bene in vista, con la veste “reale” per ricevere onori, mentre si travestono nella battaglia, quella battaglia che loro stessi hanno provocato.
Eppure, conosceva l’importanza della circospezione; quando bisogna affrontare delle situazioni importanti e delicate, la raccomandò vivamente ai giudici che egli stesso stabilì in varie città di Giuda (2Cron. 19:5-7). Ai sacerdoti, sempre da lui stabiliti a Gerusalemme, raccomandò la fedeltà, l’integrità e che fossero di luce al popolo nell’insegnamento della Parola di Dio sulle questioni che questi avrebbero loro presentato.
La Parola di Dio ci chiama a compiacere gli altri, ma non in tutto: “Nel bene a scopo di edificazione” (Romani 15:2), ma per quanto riguarda l’agire di Achab: “Esaminando che cosa sia accetto al Signore e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, anzi piuttosto riprendetele” (Efesi 5:10-11) senza farci irretire e bloccare dall’altrui astuzia nascosta nel miele (Rom. 16:8) o nella parvenza di sincerità e genuinità. Infatti, Achab aveva l’interesse di portare Giosafat con se, per e usarlo come controfigura, su cui indirizzare gli attacchi del nemico siriano.

CONCLUSIONE
Quanti insegnamenti spirituali possiamo trarre dalla vita di Acab ed anche da quella di Giosafat. Fratelli e sorelle che avete letto questo profilo biblico, continuiamo a fare la volontà di Dio, a credere nella Parola di Dio e nelle promesse in essa contenute, senza lascairci trasportare dall’Acab di questo mondo come purtroppo fece Giosafat.
Dio ci benedica.

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