GEOGRAFIA DEL DIVORZIO

Con il referendum del 1974, gli italiani hanno espresso il loro parere favorevole al divorzio. Il tasso di separazioni e divorzi è oggi in crescita, soprattutto nei primi anni di matrimonio. Nelle nostre società occidentali il numero dei divorzi continua a crescere. In Italia erano 14.460 nel 1982, mentre quindici anni dopo, nel 1997, erano 33.342. Per non parlare delle separazioni legali: nel 1977 erano soltanto 7 su 100 matrimoni celebrati nello stesso anno; nel 1997 erano 22 ogni 100. Praticamente un matrimonio su cinque va in crisi. Con queste cifre si capisce perché quella dei divorziati, anche dal punto di vista teologico e pastorale, rimanga una questione scottante.

Il sondaggio

Intervistati: 408 italiani di età superiore ai 18 anni
Metodo: intervista telefonica
Parametri: i dati sono parametrati per essere rappresentativi della popolazione di riferimento
Avvertenze: i totali possono non essere pari al 100%, a causa di risposte multiple o arrotondamenti di calcolo. Il simbolo * indica una percentuale superiore a 0% ma inferiore a 1%.
Gli italiani appaiono divisi su alcuni aspetti inerenti al divorzio: il 46% ritiene che in caso di conflitti insanabili tra i coniugi sia giusto procedere alla separazione, mentre una quota di poco inferiore (il 43%) crede che, per amore dei figli, la coppia dovrebbe rimanere unita.

Anche per quanto riguarda le ripercussioni del divorzio sui figli, gli italiani appaiono divisi: da un lato la maggioranza relativa (49%) crede che tutto dipenda dal comportamento dei genitori, dall’altro una quota di italiani pari al 43% ritiene che un bambino di figli separati soffrirà sempre la mancanza di una famiglia.
Secondo lei un bambino i cui genitori sono separati:

Risposte
%

Tutto dipende dal comportamento dei genitori durante e dopo la separazione
49%

Soffrirà sempre la mancanza di una famiglia
41%

Con il tempo supererà il trauma
9%

Non sa/non risponde
1%

IL DIVORZIO COME FONTE DI MALESSERE

La fine di un rapporto di coppia, specie quando questo è stato formalizzato in un matrimonio, costituisce un evento di svolta nella vita di entrambi i coniugi.
Il divorzio generalmente, lascia ferite profonde e situazioni di malessere dalle quali è difficile liberarsi. Molti psicologi ritengono, infatti, che non sempre il divorzio sia la soluzione per le coppie in cui vi è una conflittualità particolarmente violenta, perché lo scioglimento del legame non risolve i problemi che sono profondamente radicati nell’inconscio dei partners ma, nella maggior parte dei casi, ne crea dei nuovi. Il divorzio può dunque essere interpretato come un “processo” durante il quale avvengono cambiamenti e perdite che coinvolgono tutte le aree della vita dell’individuo.
Molte delle situazioni stressanti, sperimentate dalle persone che attraversano l’esperienza di un divorzio, non differiscono in sé da altri tipi di stress che normalmente l’individuo può sperimentare nel corso della vita. Tuttavia ciò che rende unico lo stress da divorzio e ne fa il più grave evento destabilizzante nella vita di un individuo è proprio l’effetto dell’impatto cumulativo di un alto numero di stress differenti, di perdite e di cambiamenti radicali che avvengono in quasi tutte le aree della vita in uno stretto periodo di tempo.

La prima conseguenza stressante correlata al divorzio è costituita dalla perdita dell’attaccamento emotivo per il partner e la rottura dell’organizzazione familiare degli affetti. L’intero complesso strutturale dei legami familiari deve essere spezzato e ciò genera un momento psicologico ed emotivo molto intenso e confuso che normalmente si definisce come “fase del lutto”. I soggetti soffrono di una perdita di identità dovuta alla necessità di separare il proprio io da quello dell’ex partner e da ciò derivano spesso rabbia, angoscia, ansia, depressione e diminuzione della sicurezza in se stessi, rimpianti e sentimenti di colpa, di solitudine, di impotenza. A ciò si aggiunge il peso del fallimento del progetto matrimoniale che coinvolge l’autostima e l’immagine di sé in prospettiva sociale.

La rottura del rapporto di coppia risulta doppiamente stressante in quanto comporta anche la perdita del partner nel suo ruolo di fonte primaria di supporto sociale. Con il divorzio, infatti, viene a mancare all’individuo il benefico effetto protettivo del matrimonio. Secondo la teoria dell’integrazione sociale di Durkheim applicata a questo contesto specifico, il matrimonio costituisce una condizione importante nel determinare il benessere degli individui.

Le persone coniugate sperimentano, infatti, molteplici vantaggi costituiti, anzitutto, dalla soddisfazione dei bisogni di intimità, di fiducia e di supporto psicologico nell’affrontare la vita attraverso la condivisione delle responsabilità e delle difficoltà con un altro adulto. Essere sposati conferisce, inoltre, un ruolo sociale ben definito cui, generalmente, si accompagna una serie di responsabilità e obblighi che codifica il comportamento quotidiano e determina uno stile di vita più protettivo, rassicurante e di conseguenza più salutare.

La società inoltre attribuisce generalmente ai coniugati un valore sociale più alto poiché essi realizzano pienamente le aspettative del modello familiare e riproduttivo tradizionale. Ciò fa sì che il fallimento nella riuscita del matrimonio colpevolizzi ed emargini il divorziato per essersi illegittimamente sottratto a un sistema di ruoli e comportamenti precisi e codificati.

In caso di divorzio, dunque, l’individuo non solo deve affrontare il passaggio a un diverso stato matrimoniale, facendo fronte all’evento in sé con tutte le implicazioni stressanti sopradescritte, ma deve anche organizzare la transizione verso un diverso stile di vita e nuove circostanze relazionali con la propria famiglia e la società; ciò costituisce un’altra fonte di stress.

SI CAMBIA TENORE

Spesso il divorzio provoca un abbassamento del tenore di vita accompagnato da una mobilità sociale discendente. La diminuzione delle disponibilità economiche rende in questo modo ancora più difficile il periodo post-separazione, specialmente per le donne che, con redditi solitamente nulli o minori rispetto agli uomini, incontrano maggiori difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro e nel 90% circa dei casi sono affidatarie dei figli minori.

Quando la famiglia si spezza, infatti, i due gruppi domestici che si formano non possono più far fronte, in comune, a quei costi fissi di gestione della casa e della vita domestica che in una famiglia sono poco influenzati dal numero dei suoi membri come il telefono e l’affitto. Dopo la separazione, di conseguenza, il reddito che consentiva di mantenere il livello di vita precedente, anche nell’ipotesi che fosse diviso a metà tra gli ex coniugi, non è più sufficiente perché tutti i servizi devono essere raddoppiati.
Se tuttavia il divorzio provoca una diminuzione nel reddito d’entrambi i coniugi, a parità d’entrate, per la donna con i figli a carico, che rimane nella casa coniugale, il costo per mantenere lo stesso livello di vita precedente alla separazione rimane pressoché invariato e soggetto nel tempo ad aumentare con il crescere delle necessità dei figli che si fanno grandi.

Per l’ex marito, al contrario, le spese sono molto inferiori poiché le normali esigenze di un uomo solo sono generalmente meno articolate di quelle di una famiglia con figli.
La situazione di mancato equilibrio a sfavore della moglie e dei figli è ancora più grave per il fatto che il marito, grazie alla sua occupazione, ha una garanzia di entrate costanti che generalmente migliorano con l’avanzamento della carriera, mentre la donna, soprattutto se è stata a lungo fuori dal mercato del lavoro, incontra sempre grandi difficoltà nel trovare un’occupazione dopo la separazione e spesso è costretta ad accettare lavori poco retribuiti, anche perché deve occuparsi dei figli.
Allo stress generato dalle difficoltà economiche si aggiungono quasi sempre i problemi legati all’abitazione, che deve a volte essere cambiata in funzione delle nuove disponibilità finanziarie, i problemi derivanti dalla permanenza di una conflittualità tra i due ex coniugi e dalla gestione dei rapporti con i figli e con le reti parentali. Non ultimo, il divorziato deve affrontare i problemi legati alla gestione dell’iter giudiziario e legale che accompagnano l’ottenimento del divorzio.
Naturalmente il tipo di reazione di ciascun individuo al divorzio dipende dall’intensità con cui si manifestano e si concatenano i fattori stressanti che sono stati individuati, ma anche da una serie di situazioni contingenti che accompagnano la fine del matrimonio. I vissuti post-separazione sembrano infatti essere influenzati in primo luogo da elementi propri del soggetto stesso, ossia l’età, il sesso, il livello di istruzione, la posizione professionale, la presenza o meno di figli, la personalità e le risorse psichiche e fisiche.

Risulta inoltre determinante il rapporto di dipendenza creatosi tra i partners, il livello di soddisfazione sessuale ed emotiva con l’ex coniuge, lo stato di benessere precedente la rottura e le aspettative positive verso il futuro. Incidono inoltre una serie di variabili quali la durata complessiva del matrimonio, le modalità attraverso cui è avvenuto il divorzio, se il soggetto lo ha desiderato oppure se lo subisce, se v’acconsente o se vi s’oppone con decisione. Non ultimo, influiscono la presenza o meno di un sostegno morale e affettivo di un nuovo partner e la possibilità di ricostruirsi un ambito sociale di relazioni gratificanti e non colpevolizzanti o stereotipate all’interno di un cliché più o meno negativo.

La rottura del matrimonio costituisce, dunque, un evento fortemente coinvolgente e stressante per l’individuo, sia sul piano psicologico ed emozionale sia a livello sociale e culturale. È importante mettere in evidenza, a questo punto, come questa situazione di stress di carattere cumulativo e persistente influisca negativamente sulla salute e quali ne siano le principali conseguenze.

LA SALUTE DEI DIVORZIATI

Numerosi studi hanno messo in evidenza come una situazione di stress violento e prolungato possa influenzare sia il sistema immunitario sia il sistema cardiocircolatorio e portare a numerosi scompensi fisici, che possono favorire la formazione di sintomi organici. Secondo lo psicologo Jurg Willy, “la forte tensione psichica comporta conseguenze fisiche e produce in particolare un perturbamento delle funzioni vegetative ed endocrine che può provocare vere e proprie lesioni organiche”. Il malessere e la malattia, infatti, da un punto di vista psicosomatico possono rappresentare l’espressione simbolica del conflitto conseguente alla perdita dell’attaccamento affettivo all’ex partner e al persistere di una dipendenza psicologica dal precedente rapporto. Le reazioni psicosomatiche esprimono altresì il disagio emotivo generato da desideri di vendetta e ricordi ossessionanti, da nostalgia o da fantasie di riconciliazione inevitabilmente frustrate. Il corpo diviene il mezzo attraverso cui scaricare il dolore del fallimento e la tensione emotiva della ricostruzione della propria identità separata da quella dell’ex partner.

DATI ALLA MANO

I dati di un’indagine effettuata dall’Istat negli anni 1987-91 sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari degli italiani mostrano, infatti, come il tasso di morbilità cronica per disturbi nervosi dei divorziati sia il doppio di quella dei coniugati, con un valore del 62,2‰. I divorziati fanno inoltre un uso molto più alto di farmaci antidolorifici e antinevralgici (119‰ rispetto ai 106‰ dei coniugati), di tranquillanti e antidepressivi (48‰ rispetto 39,5‰) e di sonniferi e ipnotici (35,5‰ rispetto 14,8‰) e mostrano anche una maggiore propensione al fumo dei coniugati. Secondo i dati, il 44,3% dei divorziati, contro il 29,6% dei coniugati, è un fumatore, con un consumo giornaliero di sigarette molto più elevato.

La maggiore morbilità dei divorziati trova conferma anche in uno studio effettuato sui dati dell’Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano, nel biennio 1995-96. I dati evidenziano, infatti, come i divorziati registrino una più alta percentuale di ricoveri per malattie del sistema nervoso con una percentuale dell’8,0% rispetto al 7,2% dei coniugati. Molto più consistente è la differenza per quanto riguarda i ricoveri classificati come disturbi psichici di cui soffre il 7,7% dei divorziati ricoverati rispetto a solo lo 0,8% dei coniugati. I divorziati risultano soggetti a una maggiore frequenza percentuale, sempre rispetto ai coniugati, di traumatismi e avvelenamenti, abuso di alcol, farmaci e disturbi mentali, malattie e disturbi del sistema osteomuscolare e connettivo e malattie dell’apparato respiratorio, problemi neurologici, psichiatrici e psicologici.

Le donne divorziate sembrano, come si è visto, particolarmente soggette ai disturbi del sistema nervoso. La classe di età maggiormente colpita risulta essere quella dai 35 ai 49 anni (41,4%), il 21,9% in più delle donne coniugate di questa età ricoverate per la stessa malattia. A questo proposito è opportuno ricordare che oltre il 50% delle donne affronta il divorzio tra i 35 e i 49 anni e il 44,7% della popolazione femminile divorziata, rilevata al censimento 1991, appartiene a questa stessa classe di età.
Anche i disturbi psichici colpiscono più frequentemente le donne divorziate rispetto ai maschi. Sono colpite da questo disturbo l’11,5% del totale delle divorziate rispetto al 1,2% delle coniugate; l’80% ha dai 50 ai 69 anni contro solo il 29,3% delle coniugate della stessa età. Considerando poi il totale delle donne ricoverate suddivise per età, i disturbi psichici risultano essere causa di ricovero per il 18,2% delle divorziate dai 18 ai 34 anni, per il 5,8% di quelle dai 35 ai 49 anni, il 18,9% di quelle dai 50 ai 69 anni contro rispettivamente l’1,6% e lo 0,8% delle coniugate della stessa età.
La classe di età dei maschi divorziati che, invece, risulta essere stata maggiormente colpita da disturbi psichici è quella dai 35 ai 49 anni (77,8%), con il 60,9% in più rispetto ai coniugati della stessa età ricoverati per la stessa patologia. Questo contingente rappresenta l’8,5% del totale dei ricoverati di queste età rispetto all’0,6% dei coniugati.

PIÙ ALTI DECESSI

Alcuni studi hanno messo in evidenza come i dati riguardanti la morbilità dei divorziati possano risultare distorti da quello che è definito “illness behaviour”. Secondo questa teoria, coloro che subiscono un processo traumatico e stressante come il divorzio sono portati a percepire il proprio stato di salute in maniera diversa e, generalmente, più grave di coloro che sono coniugati o che godono del supporto affettivo di un partner.

Se questa teoria può in parte essere condivisa, tuttavia, un’analisi del tasso di mortalità (Tm) della popolazione italiana divorziata per il triennio 1993-1995, messa a confronto con quella coniugata, nelle relative classi di età, mostra come, al di fuori di qualsiasi dubbio, sia proprio il fatto di appartenere allo stato civile di divorziato a costituire un fattore negativo per la sopravvivenza.

Scendendo maggiormente nel dettaglio dell’analisi dei dati relativi alla mortalità dei divorziati, è possibile osservare come, ad ogni età, anche i maschi divorziati facciano registrare tassi molto superiori a quelli delle femmine (vedi tabella).

I GIOVANI HANNO LA PEGGIO

I giovani si vedono spesso costretti a tornare a vivere con i genitori, sacrificando la propria autonomia oppure devono accontentarsi di situazioni abitative transitorie e poco confortevoli dal punto di vista del calore domestico, come residence o appartamenti ammobiliati. I giovani separati si dedicano spesso a una vita sentimentale e affettiva turbolenta e intensa ma non sempre appagante, poiché hanno difficoltà a stabilire legami duraturi e si rifiutano d’impegnarsi seriamente con una nuova compagna. Essi, infatti, non vogliono essere nuovamente delusi, anche se, allo stesso tempo, hanno paura di rimanere soli e vorrebbero ritrovare il calore di una famiglia.

A lungo andare perdono sempre più fiducia in se stessi e nella propria capacità di amare e di essere amati, maturando un disprezzo per le donne in generale. Questi giovani uomini si sentono, infatti, sempre più inadeguati e incapaci di assolvere ai tradizionali ruoli di uomo e marito, soprattutto se non riescono ad avere una carriera professionale gratificante e vedono invece la ex moglie felice con un altro uomo che li ha rimpiazzati con successo nei ruoli di compagno e di genitore. A ciò si accompagna quasi sempre l’adozione di uno stile di vita sregolato e poco prudente sia nelle abitudini alimentari che nelle attività quotidiane, dovuto all’improvviso venire meno delle responsabilità che comportava avere una moglie e dei figli di cui occuparsi.
Gli uomini, invece, che subiscono la separazione in età avanzata e non riescono a trovare una nuova partner che si occupi di loro, soffrono in particolare modo la solitudine e difficilmente riescono a ricostruirsi rapporti sociali soddisfacenti poiché difficilmente sono in grado di superare gli stereotipi tradizionali di ripartizione dei ruoli maschili e femminili e a conquistarsi una nuova identità relazionale autosufficiente. Essi rimpiangono, inoltre, la ex moglie che costituiva il fulcro della loro vita sociale e affettiva, sono spesso vittime di depressione, angoscia e disperazione e perdono facilmente i contatti con la realtà.

La transizione verso lo stato civile di divorziato coinvolge, dunque, l’individuo nella sua complessità e interezza e ne modifica completamente lo stile di vita, la socialità, la salute e la speranza di vita.

LA PAROLA ALLA BIBBIA

Un matrimonio su cinque va in crisi. Con queste cifre si capisce perché quella dei divorziati è, anche dal punto di vista teologico e pastorale, una questione scottante, con la quale la Chiesa ha il dovere di fare lealmente i conti.
I Cattolici affermano: “I divorziati risposati, pur non essendo esclusi completamente dalla comunità ecclesiale, non possono accostarsi all’Eucaristia. Non possono fare i catechisti in parrocchia o gli insegnanti di religione nelle scuole. Non possono fare da padrini nei battesimi e nelle cresime. Non possono essere membri di consigli pastorali parrocchiali o diocesani” (da Jesus on line).

E noi credenti evangelici fedeli alla Parola di Dio, cosa pensiamo e soprattutto cosa insegniamo nelle nostre Chiese? Meditiamo su questo grafico:

Quando marito e moglie non vanno più d’accordo secondo lei devono:

Risposte
%

Separarsi se i conflitti sono insanabili, tanto i figli soffrirebbero comunque
46%

Sacrificarsi e restare assieme per amore dei figli
43%

Restare assieme perché è sempre meglio un cattivo matrimonio che un buon divorzio
9%

Non sa/non risponde
2%

Come inizialmente affermato, gli italiani appaiono divisi su alcuni aspetti inerenti al divorzio: il 46% ritiene che in caso di conflitti insanabili tra i coniugi sia giusto procedere alla separazione, mentre una quota di poco inferiore (il 43%) crede che, per amore dei figli, la coppia dovrebbe rimanere unita.

Circa vent’anni fa veniva distribuito un trattato riguardante il divorzio e il rimatrimonio. La sua lettura scosse le coscienze di molte Chiese, pastori e credenti. Non venne mai alla luce nessuna ristampa. Riprendendo queste pagine ormai ingiallite dal tempo, abbiamo pensato di pubblicarle sul nostro sito, senza commentarle.
Lasciamo al lettore una valutazione di quanto, tanti anni fa, i nostri fratelli scrivevano riguardo ad un argomento sempre attuale come il divorzio.

Nessuno s’irriti per quanto leggerà, ma ciascuno si lasci guidare dallo Spirito Santo, l’Unico capace di illuminarci sulla Bibbia, nostra unica regola di condotta e di fede.

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