AMO LA MIA COMUNITÀ?

“Così la chiesa, per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria, aveva pace, ed era edificata; e, camminando nel timore del Signore e nella consolazione dello Spirito Santo, cresceva costantemente di numero” (Atti 9:31).

La Comunità locale si distingue da tutte le associazioni di carattere culturale e religioso. Essa non è un club religioso, né un’istituzione umana, ma un organismo vivente edificata dal Signore stesso mediante l’opera dello Spirito Santo. Non è un’organizzazione umana, ma una comunità di credenti che si amano e si radunano nel nome del Signore per lodarLo, glorificarLo e servirLo e che hanno un solo scopo: adempiere al mandato di Cristo Gesù: “Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato.”

Tutto questo dimostra l’importanza della Comunità locale, la necessità di frequentarla assiduamente, di amarla e di impegnarsi in essa: “Facciamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci all’amore e alle buone opere, non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi il giorno” (Ebrei 10:24,25).

I credenti che vivono ai margini della comunità e che frequentano saltuariamente le riunioni, senza essere coinvolti nella vita della chiesa, non cresceranno e non matureranno mai completamente né saranno usati dal Signore nell’opera Sua.

L’individualismo e l’isolamento spirituale sono pericolosi e contrari all’insegnamento biblico: “Due valgono più di uno solo, perché sono ben ricompensati della loro fatica.

Infatti, se l’uno cade, l’altro rialza il suo compagno; ma guai a chi è solo e cade senz’avere un altro che lo rialzi! Così pure, se due dormono assieme, si riscaldano; ma chi è solo, come farà a riscaldarsi? Se uno tenta di sopraffare chi è solo, due gli terranno testa; una corda a tre capi non si rompe così presto” (Ecclesiaste 4:9-12).

Alla luce di tutto ciò è comprensibile che ogni credente “nato di nuovo” deve poter affermare: “Io amo la mia Comunità”, ma oltre che dirlo deve dimostrarlo.
Nella chiesa locale ci sono:

– Credenti che considerano la comunità locale quasi come un club dove ognuno può fare quello che vuole;

– Credenti che desiderano ricevere sempre considerazione ed affetto dagli altri, ma che non sono disponibili a dare qualcosa di sé ed a donarsi per i propri fratelli;

– Credenti indipendenti ed individualisti che non hanno afferrato che cosa voglia dire essere solidali e coinvolti nella vita della chiesa, nel servizio e nella testimonianza.

La chiesa del Nuovo Testamento, pur non esente da problemi, era formata da credenti ripieni dello Spirito Santo che studiavano e meditavano la Parola ed avevano una vita di preghiera individuale e comunitaria. Essi conducevano una vita familiare coerente, avevano una testimonianza efficace ed erano conquistatori d’anime per Cristo. Tutti erano impegnati nell’evangelizzazione e nelle cose pratiche. Cercavano e promuovevano la comunione fraterna e l’unità.

Realizzavano la presenza del Signore in mezzo a loro, la guida dello Spirito Santo nel radunamento, il sacerdozio di tutti i credenti e l’esercizio di doni spirituali. Le nostre chiese locali devono rispecchiare questo modello.

Vorrei esaminare alcuni aspetti per i quali ciascun credente può dire di amare la sua comunità:

IO AMO LA MIA COMUNITÀ, PERCHÉ QUI POSSO CRESCERE

La crescita e lo sviluppo della chiesa locale dipendono dalla crescita d’ogni membro di chiesa. Nel corpo umano tutte le membra crescono insieme e contemporaneamente.

Immaginate se per assurdo dovessero crescere più le braccia che il resto del corpo oppure maggiormente le orecchie o il naso, o la bocca o i piedi. Sarebbe un corpo goffo. Un corpo deve crescere in modo armonico e fisiologico. Così deve essere nella chiesa. Il ritardo nella crescita di un membro si ripercuote sulla testimonianza collettiva: “Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare sé stesso nell’amore” (Efesini 4:16).

La chiesa si svilupperà, raggiungerà la maturità nella misura in cui tutti i suoi membri crescono e si sviluppano. Tutti quindi siamo coinvolti. La nostra vita spirituale non riguarda solo noi, non è solo un affare personale, ma riguarda tutta la comunità.

Bisogna comprendere cosa significa essere dei veri discepoli di Cristo; discepoli che hanno un supremo amore per Cristo, pronti al sacrificio di sé, a morire a se stessi, alla rinuncia ed alla sofferenza: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, e la moglie, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, infatti, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa per vedere se ha abbastanza per poterla finire? Perché non succeda che, quando ne abbia posto le fondamenta e non la possa finire, tutti quelli che la vedranno comincino a beffarsi di lui, dicendo: “Quest’uomo ha cominciato a costruire e non ha potuto terminare”. Oppure, qual è il re che, partendo per muovere guerra a un altro re, non si sieda prima a esaminare se con diecimila uomini può affrontare colui che gli viene contro con ventimila? Se no, mentre quello è ancora lontano, gli manda un’ambasciata e chiede di trattare la pace. Così dunque ognuno di voi, che non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo” (Luca 14:26-33).

Naturalmente per essere discepoli, bisogna essere disponibili ad imparare con umiltà. Quanti membri di Chiesa deboli, malfermi, rachitici, che invece di contribuire alla crescita della chiesa, sono un peso! Quanti compromessi, quanta superficialità, quanta mediocrità, quanta carnalità, quante rivalità, quante tensioni, quante incomprensioni, quanta apatia, quanta mondanità, quanta miseria spirituale, quante situazioni contorte e sbagliate a volte si vengono a creare. Le nostre comunità hanno urgente bisogno di credenti maturi, santi, separati dal male, che non siano sballottati qua e là da ogni vento di dottrina, ma che siano in grado di aiutare gli altri.

Dio non vuole che rimaniamo bambini, ma desidera che cresciamo in ogni cosa verso colui che è il Capo, Gesù Cristo. La Comunità locale ci offre il cibo adatto per questa crescita: “Fino a che tutti giungiamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo; affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini, per l’astuzia loro nelle arti seduttrici dell’errore; ma, seguendo la verità nell’amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo” (Efesini 4:13-15).

L’imperativo per ogni credente rimane: “Crescere”: “Ma crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. A lui sia la gloria, ora e in eterno. Amen” (2Pietro 3:18).

Per crescere, dobbiamo nutrirci della Parola di Dio e questo avviene a livello personale ma soprattutto a livello comunitario: “Come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono” (1Pietro 2:2,3).

Dobbiamo meditare e studiare sistematicamente la Parola, non solo per una semplice conoscenza intellettuale, ma per metterla in pratica: “Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai” (Giosuè 1:8).

Meditazione e pratica devono andare insieme, come c’insegna la vita di Esdra. Egli aveva applicato il suo cuore allo studio ed alla pratica della legge dell’Eterno: “Poiché Esdra si era dedicato con tutto il cuore allo studio e alla pratica della legge del Signore, e a insegnare in Israele le leggi e le prescrizioni divine” (Esdra 7:10).

Nella comunità locale, insieme a tutti coloro che hanno lo stesso desiderio, oltre che ascoltare la Parola di Dio, possiamo trascorrere del tempo nella preghiera, nell’adorazione e nella comunione con Dio, lontani da distrazioni che talvolta c’impediscono di realizzare una comunione intensa con il Signore. Per questa ragione io amo la mia comunità.

IO AMO LA MIA COMUNITÀ’ E MI IMPEGNO PER ESSA

Servire è la responsabilità d’ogni vero credente. A volte guardiamo al servizio come ad un peso a qualcosa d’opprimente. L’apostolo Paolo lo considerava, invece, come una gioia ed un privilegio: “Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete per ricompensa l’eredità. Servite Cristo, il Signore!” (Colossesi 3:23-24).

Il servizio non é facoltativo, ma spontaneo: “Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Giovanni 15:16).

Il Signor Gesù è il modello. Egli è stato il Servitore perfetto. Pur essendo il Signore del cielo e della terra, accettò di farsi servo: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce” (Filippesi 2:5-8).

Egli poteva dire: “lo sono in mezzo a voi, come Colui che serve”: “Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Luca 22:27).

Egli è venuto non per essere servito, ma per servire: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Matteo 20:28).

Noi dobbiamo fare la stessa cosa. Servire non significa mostrare un certo attivismo, fare quello che ci piace, ma sottometterci a Dio in ogni cosa e fare la Sua volontà. Nel servizio è necessaria la perseveranza anche di fronte agli ostacoli, all’opposizione, alle incomprensioni ed alle contrarietà. Servire costa sacrifici, rinuncia, fatica e sofferenza.

Nella chiesa non vi é posto per l’autosufficienza. Dobbiamo aver rispetto l’uno dell’altro. Anche il credente più umile ha una funzione necessaria da svolgere nella chiesa.

Nella comunità non vi è nemmeno posto per l’autodisprezzo. Molti credenti dicono di non sapere fare nulla ma ciò è sbagliato, perché se siamo dei credenti, abbiamo ricevuto almeno un dono spirituale. Dobbiamo avere un concetto sobrio di noi stessi: “Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno. Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione, così noi, che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l’uno dell’altro. Avendo pertanto doni differenti secondo la grazia che ci è stata concessa, se abbiamo dono di profezia, profetizziamo conformemente alla fede; se di ministero, attendiamo al ministero; se d’insegnamento, all’insegnare; se di esortazione, all’esortare; chi dà, dia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le faccia con gioia. L’amore sia senza ipocrisia. Aborrite il male e attenetevi fermamente al bene. Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente. Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore; siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono. Abbiate tra di voi un medesimo sentimento. Non aspirate alle cose alte, ma lasciatevi attrarre dalle umili. Non vi stimate saggi da voi stessi” (Romani 12:3-16).

Dio non dà la gloria a nessuno e non si serve degli orgogliosi. Dobbiamo rinunciare al nostro io, alla nostra volontà indipendente, alla nostra ambizione, al desiderio di metterci in mostra. Un servizio fatto in uno spirito d’indipendenza e d’individualismo, anziché di comunione con la chiesa, non sarà benedetto.

Per servire con gioia, inoltre, non bisogna dare spazio a sentimenti di amarezza, di critica, di malcontento e di incomprensione, che possono sorgere quando si lavora insieme. Si può fare molto per il Signore solo quando c’è amore, armonia, rispetto, pace, dolcezza, sottomissione, umiltà e comunione.

Come avviene nel corpo fisico, ogni membro ha una sua funzione da svolgere. Lo Spirito Santo accorda i suoi doni come Egli vuole: “Tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole” (1Corinzi 12:11).

È Dio che ha collocato nel corpo ciascun membro come ha voluto: “Ma ora Dio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto” (1Corinzi 12:18).

Siamo chiamati a ricercare i doni non a sceglierli. Dobbiamo accettare con gioia il posto ed il compito che Dio ci ha assegnato, senza avere complessi di inferiorità o invidia e gelosia per un fratello. L’unità del corpo non significa uniformità. Vi sono diversi doni e ministeri nella chiesa, come nel corpo umano ogni organo ha la sua funzione: “Ora vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito. Vi è diversità di ministeri, ma non v’è che un medesimo Signore. Vi è varietà d’operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti…Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato?” (1Corinzi 12:4-6,17).

Se tutti avessimo lo stesso dono avremmo un corpo handicappato. Perché il corpo possa crescere e svilupparsi fino alla maturità tutti devono servire gli uni gli altri. Abbiamo bisogno gli uni degli altri: “Ci sono dunque molte membra, ma c’è un unico corpo; l’occhio non può dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; né il capo può dire ai piedi: “Non ho bisogno di voi” (1Corinzi 12:22,21).

Dobbiamo guardarci dalla pigrizia. Nel corpo umano se un organo è malato e non funziona, tutto il corpo ne risente. Se un braccio non funziona, l’altro deve fare un lavoro doppio. Così é nella chiesa; se un credente è pigro, gli altri devono lavorare anche per lui. Io sono convinto che nessun credente che vuole fare la volontà di Dio sarà disoccupato, perché non troverà nulla da fare. Vi è lavoro per tutti nell’opera del Signore. Molte tensioni nelle chiese sono causate da fratelli che, o non vogliono lavorare, oppure non accettano il ruolo ed il posto che Dio ha assegnato loro nella chiesa locale, ma al contrario desiderano fare quello che a loro piace, anche se non ne hanno la capacità.

Davanti al tribunale di Cristo renderemo conto di come abbiamo trafficato i talenti che il Signore ci ha affidato e di come abbiamo utilizzato il nostro tempo: “Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male” (2Corinzi 5:10).

IO AMO LA MIA COMUNITÀ, PERCHÉ POSSO REALIZZARE LA COMUNIONE FRATERNA

Dio vuole la “koinonia” nella chiesa: “Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare sé stesso nell’amore” (Efesini 4:16).

Gesù prima di morire pregò il Padre per una vera unità tra i suoi. La vera unità non è quella puramente organizzata ed esteriore, creata dagli sforzi degli uomini; non si tratta dell’ecumenismo tanto di moda oggi, ossia del tentativo di unire tutte le religioni e le chiese in un grande calderone. L’unità di cui Gesù parlò è quella creata dallo Spirito Santo. Essa è in Cristo; se siamo uniti a Lui, saremo uniti anche fra di noi. Noi abbiamo la responsabilità di conservarla: “Sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace” (Efesini 4:3).

Siamo chiamati a realizzare una calda e forte unione fraterna. Comunione significa mostrare il nostro amore l’uno verso l’altro, condividere le gioie ed i dolori, avere cura gli uni degli altri: “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui” (1Corinzi 12: 26).

I primi cristiani godevano di una forte comunione fraterna. Essi si radunavano, pregavano e studiavano la Parola insieme, condividevano il ministerio dei doni, adoravano il Signore, rompevano il pane e prendevano il cibo insieme. Poi andavano nel mondo pieni d’amore, per rendere la loro testimonianza. La chiesa primitiva, per raggiungere il mondo, usava

l’annunzio del vangelo e la comunione fraterna. I pagani potevano rigettare la loro predicazione, ma non l’evidenza della loro comunione, la quale era cosi forte, che indusse uno scrittore pagano ad esclamare: “Ma come si amano questi cristiani”. Noi dobbiamo godere di questa comunione. Il mondo crederà che Cristo è stato mandato dal Padre, ossia che veramente è il Figlio di Dio, se vedrà i credenti effettivamente uniti e che si amano profondamente. Non possiamo pretendere che il mondo ascolti la nostra predicazione, se non mostriamo una profonda unità fra di noi!

Ci sono cose che rovinano questa comunione fraterna. Vediamone alcune:

– L’orgoglio: “L’orgoglio divide, l’umiltà unisce”. Siamo chiamati a non fare nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma a stimare gli altri più di noi stessi.

– La maldicenza. La Parola di Dio giudica in modo chiaro e condanna nettamente i maldicenti: “Ora vi esorto, fratelli, a tener d’occhio quelli che provocano le divisioni e gli scandali in contrasto con l’insegnamento che avete ricevuto. Allontanatevi da loro” (Romani 16:17).

La Scrittura ci esorta a separarci dai maldicenti: “Ma quel che vi ho scritto è di non mischiarvi con chi, chiamandosi fratello, sia un fornicatore, un avaro, un idolatra, un oltraggiatore, un ubriacone, un ladro; con quelli non dovete neppure mangiare” (1Corinzi 5:11).

La lingua é un piccolo fuoco che accende una grande foresta. È un male senza posa, piena di mortifero veleno, che se non è eliminato subito infetta tutti i membri dell’assemblea e distrugge la comunione fraterna.

– Il malcontento ed i mormorii. Vi sono dei credenti che o fanno quello che piace loro, oppure incrociano le braccia, mostrando malcontento e mormorando. Non siamo chiamati a fare quello che ci piace, ma solo quello che il Signore ed i fratelli ci dicono di fare, a seconda dei doni che Dio ci ha dato. Un fratello scontento e mormoratore, se non è bloccato in tempo, infetterà tutta la chiesa e guasterà l’armonia e la pace.

COSE CHE RAFFORZANO LA COMUNIONE

– L’amore. Nella chiesa deve regnare l’amore. L’amore fraterno non dipende dal fatto che abbiamo le stesse idee ed abitudini, ma dall’amore di Dio che è stato sparso nei nostri cuori: “Or la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5:5).

Il mondo conoscerà che siamo dei cristiani dall’amore; possiamo convincere il mondo che Cristo é una realtà vivente, solo amandoci gli uni gli altri. Il vero amore perdona, copre, non rivela ad altri il peccato del fratello, ma ne parla solo con l’interessato. L’amore non è geloso, non invidia, non cerca il proprio interesse: “L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno” (1Corinzi 13:4-8).

Quando regna un vero amore, allora si ha il desiderio di condividere i bisogni e le benedizioni, le gioie ed i dolori. Inoltre i credenti non si giudicano, non si divorano, non mentiscono e non parlano male gli uni degli altri. Al contrario si accolgono a vicenda, sono gentili, si sopportano con amore, si sottomettono gli uni agli altri e si esortano a vicenda.

– Il servire gli uni agli altri: “Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri” (Galati 5:13).

L’amore implica il servizio. Dobbiamo guardarci da un amore teorico, fatto solo di parole, ma dobbiamo servire in concreto i nostri fratelli. Servire, però, costa sacrifico Non c’è amore senza servizio e non c’è servizio senza sacrificio.

– Portate i pesi gli uni degli altri: “Portate i pesi gli uni degli altri e adempirete così la legge di Cristo” (Galati 6:2).

Per poter portare i pesi, dobbiamo condividerli con gli altri credenti. Dobbiamo favorire con ciò i nostri incontri.

– Pregare gli uni per gli altri. Portare i pesi implica non solo spendere del tempo con le persone per capire i loro problemi ed aiutarle, ma anche pregare per loro. Non pregare gli uni per gli altri é peccato: “Quanto a me, lungi da me il peccare contro il Signore cessando di pregare per voi!” (1Samuele 12:23).

Lutero usava salutare i suoi amici: “Ti incontrerò nella preghiera”. E noi incontriamo i nostri fratelli nella preghiera?

Io amo la mia comunità, perché qui incontro il Signore, ascolto la Sua Parola, posso crescere e godere della comunione fraterna, per questo desidero impegnarmi per essa sempre di più.

DISPREZZO DELLA COMUNITÀ

Anni fa un giovane che inizialmente sembrava essere “nato di nuovo”, dopo essersi battezzato in acqua, cominciò a girovagare per tutte le Chiese della città. Dopo pochissimi anni dalla sua conversione, nella sua mente c’era un’enorme confusione. Da Pentecostale divenne avventista, affermando che bisognava ritornare all’osservanza del Sabato (cosa che lui non ha mai fatto). Alla presunta conoscenza biblica, si associò un grande orgoglio che lo portò a non mettere mai in discussione se stesso, ma sempre gli altri, il loro pensiero e la loro condotta.

Dopo qualche anno, ritornò alla fede Pentecostale, abiurando l’osservanza del sabato, ma ormai la sua mente era segnata. Si nutriva di libri “particolari” che alla fine lo trasformarono in un soggetto strano con il quale non riuscivi a parlarci più di pochi minuti, perché una cappa pesante scendeva su chi ascoltava tematiche “semplici” che lui aveva la capacità con i suoi discorsi di rendere tortuosi ed iper – articolati. Un altro pensiero si affacciava alla sua mente: la Chiesa come luogo di culto non era necessario frequentarla. Cercò di “istituire” una specie di incontri in casa sua nei quali si sciorinavano tutte le dottrine bibliche. Ben presto, chi lo frequentava, ha preferito lasciarlo al suo “destino” che sembra ormai segnato. Uno di questi giovani, un giorno ha consegnato un pensiero estrapolato da un libro che lui aveva letto: era un modo per dimostrare il suo pentimento per aver abbandonato la Comunità locale. Ecco cosa c’era scritto:

“Nessuno diventa un uomo nuovo se non nella comunità, per mezzo del corpo di Cristo. Chi vuole diventare un uomo solo, diventa vecchio. Diventare un uomo nuovo, significa entrare nella comunità, diventare membra del corpo di Cristo. L’uomo nuovo non è il singolo giustificato e santificato, ma la Chiesa, il Copro di Cristo è Cristo. Il Cristo crocifisso e risorto esiste come comunità per mezzo dello Spirito Santo, come il “nuovo essere umano” in quanto nella comunità realizzata nella morte di Cristo per mezzo del sigillo di Dio. È l’ingannevole superbia e la falsa brama spirituale del vecchio uomo, che vuole essere santo al di fuori della comunità visibile dei fratelli. È il disprezzo del Corpo di Cristo quale comunione visibile dei peccatori giustificati a nascondersi dietro a quest’umile interiorità. Disprezzo del Corpo di Cristo, poiché a Cristo è piaciuto assumere visibilmente la mia carne e portarla sulla croce; disprezzo della comunione, poiché voglio essere santo per mio conto senza i fratelli; disprezzo dei peccatori, poiché mi sottraggo alla forma peccaminosa della mia comunità in una santità che mi scelgo da solo. La santificazione al di fuori della comunità visibile è una santificazione che ci si attribuisce da soli” (“Sequela” di Dietrich Bonhoeffer).

CONCLUSIONE

Il Cristiano solitario non è mai un ideale biblico. Dio non salva degli individui ma persone che dipendono le une dalle altre in seno a una comunità. Io amo la mia comunità. E tu?

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